sabato 8 febbraio 2014

LA VIA DEI BORGHI.34: La "fase parallela". LO "STRANO" CASO DI TUDIA


Nel 1959, Nicola Caracciolo e Manlio Del Bosco vennero inviati in Sicilia da Arrigo Benedetti, direttore de l’Espresso, nell’ambito di un’inchiesta che si sarebbe chiamata “l’Africa in casa”. L’inchiesta avrebbe dovuto in qualche modo ricalcare quella ben più nota di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, “la Sicilia nel 1876”. I due giornalisti documentarono la vita nel feudo di Tudia, e parlarono con la gente del luogo.
Erano trascorsi 86 anni dall’inchiesta di Franchetti e Sonnino, e dopo ulteriori 52 anni, altri giornalisti di “la Repubblica” pubblicarono “Ritorno a Tudia” per verificare cose fosse cambiato a distanza 52 anni, così come i loro predecessori avevano inteso verificare cosa fosse cambiato dopo 86 anni. La cosa strana è che nell’inchiesta di Franchetti e Sonnino il vocabolo “Tudia” non compare mai, nemmeno una volta. La località non viene mai specificamente menzionata. Perché Caracciolo e Del Bosco ritennero di dovere recarsi proprio a Tudia? Tudia senza dubbio ha rappresentato qualcosa di particolarmente emblematico nel latifondismo isolano; anzi, nel feudalesimo contemporaneo.  Il feudo di Tudia divenne proprietà dei marchesi Di Salvo nel 1920; l’ascesa al potere del fascismo si trova davanti quindi dei proprietari “freschi freschi”.


E’ certo che il regime abbia tentato di fare qualcosa a Tudia, negli anni Quaranta, e questo qualcosa si chiamava Borgo Ingrao; ma, come abbiamo visto prima, Borgo Ingrao non venne costruito mai. Abbiamo visto anche la fittizia motivazione ufficiale fornita nel 1953, e cioè i “noti eventi bellici”, ed accanto a questa quella reale. Innumerevoli ostacoli vennero infatti sollevati per evitare la realizzazione del borgo, e l’ostruzionismo di cui fu vittima questo progetto denota l’influenza locale che i proprietari dovevano avere, ed il controllo che erano in grado di esercitare a qualunque livello. Perché è chiaro che la mancata realizzazione di Borgo Ingrao rivela la presenza di rapporti con i più alti livelli della burocrazia e della politica locale, ma anche guardando ai livelli intermedi le cose non andavano certo diversamente.

Nel post su Ciolino cito ciò che è scritto nella recensione di Oliveri: “Danilo Dolci fece conoscere il borgo di pagliai di Tudia, Giorgio Valussi quelli in contrada Musoloco nella valle del Tumarrano […]” E proprio Danilo Dolci così descrive i pagghiari di Tudia nel contesto delle dichiarazioni rese alla commissione parlamentare antimafia nel 1963: “Vi erano delle persone che abitavano, anche d’inverno, in queste capanne di paglia, le quali hanno fondazioni di pietra e terriccio fino a un metro, mentre sopra sono proprio di paglia; vi erano dei bambini […] vi era, insomma, una civiltà malgrado la situazione. […] non sapevo, infatti, che in Europa esistessero dei villaggi fatti di paglia
E sempre nel corso della medesima audizione, Dolci riporta un episodio altamente significativo riguardo ai rapporti tra mafia ed autorità locali: “[…] ricevo una telefonata del nostro avvocato […] ed egli mi ha informato che era andato a trovarlo il mafioso del feudo di Tudia e gli aveva detto che era consigliabile che io non tornassi più sul luogo in questione. […] tornato con alcuni giornalisti e con alcuni fotografi, anche per avere dei testimoni, non ho visto il mafioso, ma i Carabinieri che, non solo ci hanno impedito di continuare il lavoro, ma hanno pure minacciato i giornalisti di togliere loro le macchine fotografiche tanto che, a un certo momento, siamo stati costretti a rinunciare […] non so se un appuntato o un brigadiere ci disse che si trattava di una zona di carattere militare e che, quindi, non vi si poteva mettere piede.

Nella narrazione di Danilo Dolci, il legame tra i carabinieri, e cioè i rappresentanti dello Stato, e coloro che di fatto detenevano lo scettro del potere è evidente. L’episodio risale al 1955, ma gli intrecci tra i rappresentanti locali del potere precostituito e quelli del potere di fatto erano sicuramente già stati resi noti.
Una questione relativa ai rapporti tra i Di Salvo ed i mezzadri era infatti già precedentemente giunta in Parlamento quattro anni prima. In data 20 novembre 1951 vi fu un’interpellanza al Ministro dell’Interno da parte dei deputati Di Mauro e La Marca, che volevano sapere se vi fosse l’intenzione di prendere provvedimenti riguardo al commissario di P.S. di Petralia, dott. Madia, che, il 13 luglio 1951, era intervenuto su richiesta dei Di Salvo per risolvere un contrasto tra gli stessi Di Salvo ed i mezzadri, i quali chiedevano che i prodotti venissero ripartiti secondo legge. La risoluzione della controversia fu attuata dal commissario arrestando sette persone (sei mezzadri ed il segretario della Confederterra), ed ordinando agli altri di trasportare il prodotto nei magazzini, dove i Di Salvo avrebbero ripartito secondo il loro criterio, e costringendoli poi ad iniziare la trebbiatura.

I due episodi riportati rendono con sufficiente chiarezza che tipo di rapporti potessero intercorrere tra chi possedeva la terra, chi di fatto la gestiva e chi avrebbe dovuto garantire il rispetto della legge. Così come la vicenda di Borgo Ingrao risulta illuminante riguardo alle ingerenze che i proprietari e/o i loro uomini “di fiducia” potessero avere nelle decisioni prese dai vertici della rappresentanza statale in Sicilia. Tuttavia, nonostante fosse abortito il progetto ECLS di Borgo Ingrao, l’ERAS progettò la realizzazione di un borgo di tipo B a Tudia

 

anche se non nel luogo dove sarebbe dovuto sorgere Borgo Ingrao, ma più a Nord a poco più di due chilometri di distanza, nei pressi della masseria


e lo progettò proprio nel 1955, l’anno al quale risalgono gli eventi narrati da Dolce. Il borgo avrebbe compreso scuola e caserma



e ufficio postale ed ambulatorio


la ristrutturazione (restauro ed ampliamento) della chiesa ivi esistente


nonché la presenza dell’apposita strada di accesso


In realtà anche se l’edificio che avrebbe ospitato scuola e caserma avrebbe avuto un aspetto diverso


si sarebbe dovuto utilizzare un edificio preesistente per la realizzazione, che è questo


Probabilmente si scartò l’idea di utilizzare le strutture disponibili a causa del pessimo stato in cui si trovavano


Sebbene esista il progetto, il borgo non era incluso nella pianificazione dei borghi aggiornata al 1 gennaio 1956


nessun borgo è previsto a Tudia

Come mai l’erede dell’ECLS, il quale aveva visto frustrati i propri progetti fino all’annullamento, intraprese una nuova, ulteriore iniziativa? La risposta alla domanda, per quanto davvero curiosa, è comunque estremamente semplice: pianificazione e progettazione del borgo non furono in realtà un’iniziativa dell’ERAS, ma dell’Assessorato Agricoltura e Foreste


L’assessorato esercitò pressioni indicibili per “convincere” l’ERAS alla redazione del nuovo progetto


Ad un certo punto si ventilò persino la possibilità di andare a rispolverare il progetto di Borgo Ingrao, richiedendo all’architetto Villa, a distanza di quindici anni, di fornirne la versione aggiornata


Alla fine, nel 1955 appunto, fu varato il progetto di Borgo Tudia e della strada di accesso


Evidentemente però la partita non si giocava solo sul fronte dell’assessorato. Tudia, ovviamente, non era zona di riforma agraria, quindi non vi sarebbe stata nemmeno la possibilità legale di ricorrere ai fondi pubblici per la costruzione del borgo


ma per cercare di aggirare l’ostacolo fu escogitata una brillante soluzione. Il comune di Castellana Sicula nella riunione del 20 agosto del 1957 eresse giuridicamente l’agglomerato di Tudia (cioè, la masseria ed i pagghiari intorno) a “borgo rurale”


dopo di che le pressioni ricominciarono.

Qui, Lettore, ci troviamo a quattro anni dall’inchiesta “l’Africa in casa”. Quando quattro anni dopo, gli inviati de l’Espresso arriveranno a Tudia non troveranno alcun “Borgo B”. Troveranno solo poveri contadini analfabeti, che non avevano idea di quale fosse la capitale d’Italia, che, già poverissimi, pagavano il pizzo ai campieri, alla chiesa, ai Di Salvo per la minima cosa, oltre la metà del raccolto che dovevano per contratto. Gente che, nella più completa indigenza, viveva in più di quaranta pagghiari da secoli, senza che il potere locale avesse mai manifestato la benché minima attenzione al fatto che i contadini fossero aggregati, o sparsi sul territorio, nei poderi. Perché erano comunque più che controllati; erano schiacciati


Per la gente di Tudia, il potere centrale non potè far nulla, e quello locale non volle far nulla; anzi, il potere locale sembrò adoperarsi per ostacolare quello centrale. Così era stato prima dell’avvento del regime, così fu durante il regime e così fu anche dopo.
Alla fine, comunque, qualcosa si fece a Tudia. Vennero costruiti sempre due edifici, ma non corrispondono né come planimetria né come ubicazione a quelli del progetto


E’ facile capire dove avrebbero dovuto trovarsi gli originali proprio perché la chiesa


ed il gigantesco abbeveratoio


erano già esistenti. In giallo sono marcate le strutture preesistenti, in verde la costruzione che sarebbe dovuta venire adattata, in rosso ciò che si sarebbe realizzato con il borgo “B”, ed in azzurro gli edifici che, alla fine, sono stati costruiti


Da come si sono svolti i fatti è chiaro che le costruzioni furono realizzate a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Le costruzioni sono sempre due oltre la chiesa


ma di poste ed ambulatorio non si parla più. Oltre all’edificio sede di scuola e caserma


un’altra costruzione ospitava rivendita di generi alimentari e di tabacchi


Questa, non prevista nel progetto, risulta ancora abitata, mentre l’edificio che avrebbe ospitato scuola e caserma è diroccato


così come la chiesa


Ma ciò che esiste a Tudia alla fine non venne costruito dall’ECLS e neanche dall’ERAS; venne costruito dai proprietari


E questo è l’aspetto più strano della storia: perché mai i proprietari che avevano avversato qualunque realizzazione potesse migliorare la vita dei contadini, avrebbero improvvisamente dovuto cominciare ad esercitare pressioni per la realizzazione di un borgo, costruendo alla fine, addirittura, a spese proprie?
La motivazione divenne palese nel 1960, quando venne redatto questo documento


E’ un esposto “dei contadini” di Tudia che chiedono la costruzione del borgo, ed il conseguente allacciamento elettrico. Il fatto che delle persone che non solo non sappiano né leggere né scrivere, ma addirittura non abbiano idea di quale sia la capitale d’Italia, cinque anni dopo siano in grado di (farsi) redigere un esposto in perfetto italiano sapendo esattamente a chi avrebbe dovuto essere presentato, e che vi appongano in calce le loro firme, chiare e leggibili, ha del miracoloso


Come mai i contadini di Tudia, che non erano mai riusciti ad delle condizioni di vita più umane e delle vere abitazioni, improvvisamente si battevano per la luce elettrica nei pagghiari? Quale straordinario evento ha potuto rendere così intraprendenti un gruppo di agricoltori altrimenti analfabeti, e tenuti in uno stato di semischiavitù? La risposta diviene evidente leggendo il documento: è la costruzione di Borgo Vicaretto ad operare il miracolo. Non la costruzione in sé, ma il fatto, consequenziale ed inevitabile, che alla costruzione del borgo, posto a soli 8 km di distanza, si sarebbe accompagnata la realizzazione dell’ allacciamento elettrico. Quale migliore occasione per fornire dei medesimi servizi anche la masseria, e a spese della Regione Sicilia?


Ovviamente le spese per la realizzazione e la manutenzione di un’impiantistica di tale portata, sessanta anni fa sarebbero state di gran lunga superiori a quelle necessarie per costruire due edifici. Così, anche se la realizzazione di Borgo Tudia non andò a buon fine, valeva comunque la pena di realizzare qualcosa anche da privati.

Non so quanto tempo le strutture abbiano funzionato; a partire dagli anni Sessanta l’emigrazione ha cominciato a spopolare il feudo, fin quando l’organizzazione è necessariamente dovuta variare. Rapporti con il potere o meno, l’assenza materiale dei contadini ha fatto ripartire il tempo, e Tudia è stato costretto ad uscire dal Medioevo, e ad allinearsi con il resto del mondo. Resta il fatto che la riforma agraria, di regime o repubblicana che fosse, nulla ha potuto contro lo strapotere locale; solo quando i contadini hanno abbandonato la terra, questo si è piegato sulle ginocchia.

Ma ciò è avvenuto recentissimamente.

La “fase parallela”, iniziata quasi un secolo fa, ci ha condotto attraverso gli anni dagli albori dell’ascesa fascista al radicamento della prima repubblica. Ed è solo con quest’ultimo che gli interessi e le ingerenze di alcuni hanno cominciato a guardare verso nuovi orizzonti. Per decenni, l’interesse preponderante nel mondo rurale è stato il controllo della classe contadina; il controllo statale, che per essere efficace disperdeva i contadini sul territorio, e quello latifondistico, che si serviva di miseria, fame e malattie per soggiogare gli agricoltori. Ma, abbastanza stranamente, il controllo statale è sembrato divenire importante nella seconda metà degli anni trenta, quando le leggi di politica agraria (bonifica prima ed assalto al latifondo poi) hanno condotto all’esistenza di due parti, in un certo modo contrapposte. Ciascuna delle due parti ha però ritenuto di non dover interferire con l’altra. Se interferenza c’è stata, si è concretizzata nella gestione delle proprietà, ma nei casi in cui i fondi sono rimasti ai proprietari originari, anche i metodi sono rimasti i medesimi. Forse lo Stato, ancora non dimentico dei Fasci Siciliani, non voleva trovarsi di fronte a situazioni troppo difficili da gestire in prima persona, ma chiudeva un occhio quando erano gli altri a farlo. Ma comunque, di chiunque la proprietà fosse, la necessità di avere un completo controllo della classe contadina è sempre stato elemento comune ed invariante; solo i metodi erano diversi. Tale necessità è venuta meno quando la popolazione rurale è diminuita, e nel contempo nuove possibilità si sono offerte. Solo questo ha fatto esaurire la “fase parallela”. Ma questa si è comunque tanto estesa attraverso i decenni da farci trovare avanti, troppo avanti nel tempo. Dobbiamo riprendere il cammino temporale da dove lo avevamo lasciato: dalla morte dell’ECLS.

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