venerdì 7 febbraio 2014

LA VIA DEI BORGHI.33: La "fase parallela". BORGO "CICLINO"


“Borgo Ciclino” si trova nel fantasioso (molto più fantasioso delle mie illazioni) elenco di Wikipedia; la sua realizzazione viene collocata temporalmente tra il 1941 ed il 1943, e spazialmente in provincia di Enna, come Borgo Ingrao. Ma non è chiaro da dove tragga quest’ultima informazione il mirabile redattore di Wikipedia. Infatti, il solo riferimento conosciuto ad un “Borgo Ciclino” si trova a pagina 362 del solito volume dell’inossidabile Dufour. E’ menzionato insieme a Borgo Burrainiti e Borgo Ingrao, che abbiamo già visto, e Borgo Manganaro e borgo Schisina, che vedremo più avanti. Tutti nomi più o meno noti, comunque riconducibili ad entità definite e localizzate; tranne “Borgo Ciclino”. La Dufour non menziona alcuna località per esso; pertanto la localizzazione in provincia di Enna è inventata di sana pianta dal redattore di Wikipedia.

Ho allora cercato di capire dove potesse trovarsi, o dove avrebbe dovuto trovarsi; il primo problema che mi sono posto fu: a cosa si riferisce esattamente la parola “Ciclino”? Chi o cosa indica?

La denominazione dei borghi ECLS si riferiva essenzialmente a due entità: o persone (medaglie d’oro al valor militare, “martiri fascisti”, altri militari non decorati), o località; per i centri rurali progettati dall’Istituto Vittorio Emanuele III per la bonifica della Sicilia venne invece indetto un concorso per individuare “nomi italianamente belli, preferibilmente monoverbi” che avrebbero dovuto “esprimere la volontà di rinnovamento del popolo italiano, o la fiducia nell’opera redentrice della bonifica integrale, o, appoggiandosi alla tradizione storica dell’Isola, ricongiungere idealmente questi nuovi importanti atti di vita dell’era fascista al non dimenticabile passato.

Come potrebbe inserirsi il vocabolo “Ciclino” in tali contesti?

Non esiste nessun “Ciclino” tra coloro cui è stata attribuita una medaglia al valore. E quasi certamente saprai, Lettore, che sul Web ci sono dei siti di ricerca dei cognomi, che forniscono anche la loro localizzazione in Italia; da nessuno di essi viene riportato alcun “Ciclino”, in alcuna provincia italiana. Si ha notizia di un certo Domenico Ciclino che riedificò un ospedale a Trieste nel XV secolo, ma “Ciclino” non pare rientrare nel novero dei cognomi italiani moderni.

Ho pensato quindi che potesse riferirsi al nome della contrada. Non esiste alcun “Ciclino” che indichi alcunché tra i toponimi IGM. Ho ipotizzato allora che potesse essere una denominazione, un vocabolo regionale, dialettale, una maniera locale di indicare un luogo; comunque, un nome “italianamente bello” che individuasse qualcosa. Potevo solo cercare “Ciclino” sul Web. Prova anche tu, Lettore; gli unici risultati che si ottengono si riferiscono o a un neologismo usato come attributo (“ciclino-simile” “ciclino-dipendente”, etc. per indicare una relazione con le cicline, che costituiscono una classe di proteine coinvolte nella riproduzione cellulare), o al nickname di qualche appassionato di sport ciclistici.

In italiano, il vocabolo “ciclino” non indica nulla. Non significa niente. Perchè mai qualcuno avrebbe dovuto voler chiamare un borgo con una parola priva di significato?

Poi ho pensato che praticamente tutti i documenti degli anni Quaranta sono scritti con macchine da scrivere, e che allora non esistevano le fotocopiatrici; per ottenere diverse copie dello stesso documento si usava la “carta carbone”. Quando si inserivano sul rullo della macchina diversi strati composti dall’alternanza carta bianca-carta carbone, la definizione delle lettere delle ultime copie lasciava molto a desiderare. Al posto di nitide e chiare lettere, si ottenevano macchie nere la cui forma ricordava quella dei simboli che avrebbero dovuto rappresentare, e la cui interpretazione poteva essere difficoltosa. Poteva divenire difficile distinguere una “s” da una “a”, ma sicuramente era ancora più difficile distinguere una “e” da una “c” o da una “o”. Ecco un esempio pratico: solo una delle due parole riportate qui è “Ciclino”: sei in grado di capire quale?


E’ quella di sinistra, ma ambedue sembrano “Ciolino”. E forse i fatti hanno invece seguito il verso opposto: chi ha ritenuto di leggere “Ciclino” stava leggendo proprio “Ciolino”, e non se ne rendeva conto. Perché “Ciolino” in Sicilia esiste eccome: può essere un cognome e pure una contrada. Ma anche un borgo; “Ciolino” è persino tra i toponimi IGM.




Ma non è un borgo rurale del ventesimo secolo.

Borgo Ciolino si trova a meno di dieci chilometri dallo svincolo autostradale di Resuttano. Il centro abitato sorse spontaneamente, verosimilmente nel XVIII secolo, anche se non presso una masseria o un baglio; pertanto avrebbe dovuto venire menzionato, semmai, nell’ambito della seconda fase.

Il nucleo iniziale era costituito da i soliti pagghiari, mentre le abitazioni vere furono edificate più tardi. Il fondo, di proprietà della Mensa Arcivescovile di Cefalù, fu confiscato subito dopo l’unità d’Italia, realizzandone 135 lotti. Il territorio, comprese le costruzioni ivi esistenti, fu acquisito da due famiglie (di cui una è la famiglia Pottino, menzionata a proposito della “prima fase”).

Più o meno a quell’epoca risalirebbe la chiesa dell’Immacolata Concezione la quale oggi, totalmente ristrutturata, non presenta esternamente più nulla che richiami una chiesetta ottocentesca; la ristrutturazione risale agli anni Ottanta del ventesimo secolo, ed ha praticamente sostituito la chiesa preesistente, ridotta ad un rudere come quella di Contrada Pasquale.



Attualmente, Ciolino appare svilupparsi su due nuclei separati distanti circa cinquecento metri




Il più antico, quello che contiene la chiesa




si trova più in basso, mentre più in alto vi è un insediamento più recente




Sebbene nella mappa dei borghi al 1 gennaio del 1956 le zone di riforma agraria risultino poche e di piccolissima estensione, nei dintorni di Ciolino vi sono diverse case coloniche




con la targa dell’ECLS




molte delle quali ora utilizzate come abitazioni civili




Sparse sul territorio secondo l’assunto della “Città rurale”




a quale borgo di servizio avrebbero potuto fare riferimento esse? Il più vicino risulta essere Gattuso/Petilia: poco meno di tre volte il raggio di influenza di un borgo di tipo”A”, una quindicina di chilometri in linea d’aria. Ma quindici chilometri di montagne, non di strada.
Borgo Gattuso/Petilia è disperatamente al di là di ogni possibilità di spostamento di un contadino di ottant’anni fa. Nessun altro borgo esiste nelle vicinanze, né risulta previsto nella pianificazione del 1956




Oltre le case coloniche, vi è una casa cantoniera del consorzio di bonifica




ed un edificio, nel nucleo più recente




che dovrebbe essere una scuola, costruita, dalle scarne informazioni raccolte in giro, “tra le due guerre”




A grandi linee, nascita ed evoluzione sembrano analoghe, almeno fino ad un certo punto, a quelle viste per il sito di contrada Pasquale, chiesa compresa. Il processo è solo iniziato in epoca precedente.
Ciò che mi viene in mente è che per Ciolino fosse nei piani dell’Istituto VEIII ciò che ho supposto per Contrada Pasquale: l’abolizione dell’insediamento, la dispersione dei contadini sul territorio e la sostituzione del vecchio nucleo urbano con un borgo rurale.

Ma vi sarebbe qualche altra evidenza di ciò, al di là della mia dietrologia? Sicuramente vi è. Vi è l’evidenza che l’Istituto aveva programmato la realizzazione di un centro rurale a Ciolino; ed esso era inserito tra le dieci località oggetto di un bando di concorso per la scelta dei nomi




Il borgo di cui al numero 8) è l’antesignano di Borgo Lupo.

Ma vi è di più: il progetto di un borgo Ciolino venne tramandato all'ECLS



il quale a sua volta lo tramando all'ERAS

Da notare la presenza in mappa, riportati come borghi in costruzione, di due "fantasmi" dell'ECLS, Borgo Ingrao e Borgo Burrainiti

Vale la pena sottolineare qui come il toponomo originale fosse "Ciaolino", almeno secondo l'IGM



ma questo è solo un particolare curioso; "Ciclino" non è stata l'unica storpiatura del toponimo.

Sebbene nessuno dei progetti dell’Istituto VE III venne completamente realizzato come tale, essi comunque in alcuni casi furono iniziati (centro rurale del Consorzio Delia-Nivolelli) o ebbero un seguito nella fase successiva, come ad esempio Borgo Callea o, appunto, Borgo Lupo.

Anche se poi le realizzazioni non rispecchiarono il progetto iniziale, l’idea originaria di realizzare qualcosa in determinate zone si è comunque evoluta, con un esito reale. Inizialmente, poiché ancora non esisteva l’ECLS, il riferimento poteva chiaramente essere costituito solo dai consorzi; lo scopo istituzionale dell’Istituto VEIII era infatti quello di assistere i proprietari. Unica eccezione, l’azienda Sparacia gestita direttamente dall’Istituto VEII; negli anni Trenta l’Azienda Sparacia si trovava nelle medesime condizioni in cui si sarebbero trovate le aziende gestite dall’ECLS all’inizio degli anni Quaranta. La differenza tra le due gestioni ha probabilmente determinato il destino differente dei due insediamenti.

Quello che qui mi preme sottolineare è soprattutto il fatto che l’evoluzione dei progetti dell’Istituto, sebbene facesse riferimento ai consorzi, ha avuto un seguito solo nei casi in cui il proprietario, consorziato o meno, sia stato espropriato. Così non è stato per Ciolino; per fornire un minimo di servizi agli agricoltori che avrebbero abitato le case coloniche ECLS, si costruì la scuola che di fatto, con la chiesa esistente, avrebbe configurato un borgo di tipo “C”, anche se non sono certo che l’edificio risalga al periodo “tra le due guerre”.

Il Consorzio Cuti-Ciolino-Monaco-San Nicola era stato specificamente incluso nel piano generale decennale redatto conseguentemente all’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno (legge 646 del 10 agosto 1950); è possibile, anche se non vi è alcuna iscrizione, che la scuola sia stata costruita con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno.

Qualunque sia stato il periodo di costruzione, la scuola è l’unico edificio di servizio visibile; il progetto che faceva capo all’Istituto VEIII non andò mai oltre la semplice pianificazione, ed anche quella venne successivamente annullata. E’ verosimile che anche a Ciolino l’ostacolo alla realizzazione del progetto sia consistito proprio nel fatto che i proprietari non vennero espropriati. Da un lato essi avrebbero eseguito qualche opera di bonifica nel’ambito del Consorzio. Dall’altro qualunque iniziativa statale sarà stata bloccata, con l’esclusione della realizzazione della scuola, e delle case coloniche.

Ma agli assegnatari di queste ultime era consentito di aggregarsi agli altri agricoltori, nel misero centro abitato di Ciolino, in gran parte costituito ancora da pagghiari. Analogamente a quanto accadeva in altre zone, che rimanevano sotto lo strettissimo controllo dei proprietari, non c’era una reale necessità di sparpagliare i contadini sul territorio. Non vi era bisogno di consentire soltanto aggregazioni temporanee in condizioni controllate, quali quelle rappresentate dalla piazza del borgo; anche se le case coloniche dell’ECLS vennero comunque realizzate applicando i principi della “Città Rurale”.

E’ reperibile sul web una recensione di una pubblicazione su Ciolino di Filippo Oliveri; in essa si legge, a proposito dei pagghiari: “Danilo Dolci fece conoscere il borgo di pagliai di Tudia, Giorgio Valussi quelli in contrada Musoloco nella valle del Tumarrano […]” Ed infatti l’esistenza di un centro abitato fatto di pagghiari e di una scuola costruita per i suoi abitanti, lasciati comunque sotto il totale dominio del padrone, mi ricorda, molto da vicino, Tudia.

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