martedì 17 novembre 2015

LA VIA DEI BORGHI.48: L'ultima fase dei borghi rurali siciliani. I BORGHI DEI CONSORZI


Questo post è risultato, alla fine, molto più lungo del previsto. Probabilmente perché sono state inserite troppe informazioni banali, alcune poco attinenti, che hanno contribuito ad incrementarne le dimensioni. E, se così è, inevitabilmente anche la tediosità. Se lo ho mantenuto, è solo perché vi è un legame, tra ogni sezione e la successiva, che mi riuscirebbe difficile mantenere una volta suddiviso in più parti separate. Se qualche Lettore volesse postare commenti o consigli al riguardo, saranno ambedue ben accetti.


Il concetto di borgo rurale di servizio, in Sicilia, come abbiamo visto nasce con l’Istituto VEIIII per la bonifica della Sicilia. E’ quindi un concetto “pre-colonizzazione”, che si sviluppa in un periodo in cui la gestione dei rapporti tra agricoltori e proprietari era affidata a questi ultimi, anche quando essi si fossero consorziati. La attuazione di opere di bonifica e di miglioramento fondiario, compresa la realizzazione di servizi, avrebbe dovuto essere quindi sostanzialmente privata, con l’assistenza dell’Istituto VEIII, la cui creazione, nel 1925, aveva appunto avuto questo scopo. La normativa che riguardava i consorzi, normativa che in pratica resta in vigore a tutt’oggi, venne invece riformata otto anni più tardi, con il Titolo V del R.D. nr 215. Sebbene con il supporto dell’Istituto VEIII siano state portate a termine opere di bonifica, nonché di miglioramento fondiario, così non fu per le strutture di servizio. L’Istituto iniziò tardivamente un’attività in questa direzione (il volume “Centri Rurali” è del 1937), poco prima della sua trasformazione in ECLS. L’unica attività “pubblica” dell’Istituto era quella che avveniva nella Valle del Tumarrano, ma anche in quella zona, nonostante una pianificazione in tal senso, nessuna edificazione di borghi rurali fu eseguita dall’Istituto. Nell’ambito delle progettazioni dell’Istituto per i Consorzi, gli unici casi in cui si sia tentata una realizzazione pratica dei progetti sembrano essere stati quella del Consorzio Delia-Nivolelli, con il centro rurale grande in contrada Antalbo, e l’altra del Consorzio di Caltagirone, con un altro centro rurale in località Mongialino.

Come si è visto, il primo centro non andò oltre la realizzazione di un abbozzo della Casa Sanitaria, mentre il secondo, dopo un primo cambiamento di sede, fu preso in carico dall’ECLS ed alla fine divenne Borgo Lupo.



Il consorzio Delia-Nivolelli

Come abbiamo già visto qui, nella seconda metà degli anni Trenta dello scorso secolo, il Consorzio di Bonifica Delia-Nivolelli diede inizio alla realizzazione di ciò che l'Istituto Vittorio Emanuele III per la bonifica della Sicilia definiva "centro rurale di tipo grande", in contrada Antalbo




Da quanto esposto nella pubblicazione "Centri Rurali", curata dallo stesso Istituto, può evincersi come il centro rurale avrebbe sostituito, nei piani del Consorzio, ciò che in origine sarebbe stato un villaggio rurale; questo probabilmente in seguito alle malcelate pressioni esercitate dall'Istituto, per il quale la costruzione di un "villaggio" era un concetto che si poneva agli antipodi della concezione che l'Istituto aveva riguardo alle modalità con le quali la bonifica integrale avrebbe dovuto attuarsi. Come si è potuto verificare, infatti il concetto, messo in pratica dall'ECLS, di "centro rurale" a servizio dei contadini sparsi sul territorio precede l'istituzione dell'ECLS stesso ed affonda le sue radici nelle attività di pianificazione dell'Istituto in generale e, apparentemente, nella persona di Guido Mangano in particolare.

Originariamente, i "villaggi rurali" sarebbero stati due; ma fu lo stesso Consorzio a stralciarne uno, modificando, per motivi economici, la pianificazione e prevedendo solo la costruzione di un singolo villaggio in contrada Antalbo. Successivamente l'Istituto convinse il consorzio a riampiazzare con un centro rurale di tipo grande il villaggio in questione, ed eventualmente considerare la realizzazione di un centro di tipo minimo in luogo del secondo villaggio.

Il Consorzio cominciò, in effetti, l'edificazione del centro rurale, realizzando la strada d'accesso




il laboratorio larvicidi




e dando inizio alla costruzione della stazione sanitaria




di cui questa è verosimilmente l'unica parte edificata




e poi notevolmente rimaneggiata e, con ogni probabilità, dell'annesso lavatoio




Mi ero chiesto cosa, effettivamente, fosse stato costruito della Stazione Sanitaria. Una sovrapposizione dell'immagine di Google Earth e della planimetria dell'edificio




ottenuta facendo coincidere le misure ricavate da GoogleEarth e dal regolo accluso planimetria




mostra che probabilmente la muratura fuori terra, all'atto della sospensione dei lavori, era limitata all'area celeste in figura




Questo è ciò che oggi rimane di ciò che venne realizzato




Abbastanza curiosamente, era previsto che il centro venisse fornito di energia elettrica dalla cabina primaria di Campobello di Mazara, in quanto era in progetto un elettrodotto che avrebbe connesso Campobello di Mazara a Mazara del Vallo. Una stazione di trasformazione AT/MT è in effetti attualmente presente a 500 metri dall'area nella quale il centro sarebbe sorto; ma fu realizzata con una quarantina d'anni di ritardo.

Non è possibile stabilire quali furono le cause della sospensione dei lavori; da come si evolse la vicenda, è logico supporre che alla base potessero esservi problemi di carattere economico. Ciò che appare meno probabile è una sorta di disinteresse riguardo alla realizzazione delle opere previste nel piano di bonifica. Il consorzio infatti fu relativamente attivo al riguardo, effettuando la bonifica della palude Nivolelli, l'inalveazione del Delia e di suoi affluenti e costruendo 22km di strade.

E forse è proprio in relazione a queste ultime che venne realizzato, in contrada Bagliazzo, l'edificio mostrato nel post su Poggio Benito




la cui funzione originale, e temporanea, era probabilmente quella di casa cantoniera, da trasformare poi in qualcos'altro.

Non ne conosco la planimetria, ma dalla pianta (intuibile dalle immagini aeree/satellitari) e dalla configurazione generale esso sembra in qualche modo concettualmente ispirato alla casa cantoniera del centro rurale del tipo grande




sebbene il progetto sia palesemente diverso. Non saprei dire chi lo abbia redatto; sta di fatto che l'edificio risulta identico a quello costruito a Domingo dal Consorzio del Birgi, ed utilizzato come stazione dei Carabinieri




Quest'ultimo, come specificato nel relativo post, risale sicuramente al ventennio fascista, e precisamente al periodo compreso tra il 1937 ed il 1941.

Che la costruzione debba essere avvenuta in tale arco di tempo può essere desunto dal fatto che la sua presenza non è segnalata nelle carte topografiche della I serie AMS, utilizzate dall'esercito americano durante l'occupazione della Sicilia, mentre è rilevabile in una "versione provvisoria" della carta IGM del 1949. La prima è basata su rilievi del 1937, mentre la seconda su rilievi del 1941, ambedue condotti dall'IGM.

L'edificio di Domingo, quindi oltre a condividere con quello di Delia-Nivolelli il progetto, ne condivide anche il periodo di realizzazione, in quanto la costruzione del fabbricato in contrada Bagliazzo è databile con una certa precisione tra il 1937 ed il 1938.

Su uno dei pilastri che delimitano l'accesso all'area (attualmente chiusa da una sorta di cancello ed in uso a privati) è infatti visibile l'iscrizione "A XV EF"




L'anno XV dell'era fascista sarebbe compreso tra il 29 ottobre 1936 ed il 28 ottobre 1937. Le carte AMS I serie, basate su rilievi del 1937, non riportano la presenza dell'edificio; pertanto è verosimile che la sua costruzione sia iniziata in data successiva a quella dei rilievi, e cioè nella seconda metà del 1937. La seconda serie delle carte AMS, aggiornata al 1943, mostra invece l'esistenza della costruzione, come era logico aspettarsi.

Sebbene il progetto sia stato in qualche modo, "passato" al Consorzio di Bonifica del Birgi (ciò avveniva quando la fusione dei due consorzi era ancora lontana), è verosimile che esso sia stato originariamente redatto proprio dal Consorzio Delia-Nivolelli, poichè esso è stato utilizzato dallo stesso Consorzio in altre occasioni. Esisitono infatti nel comprensorio del Delia-Nivolelli almeno due altre costruzioni basate sullo stesso progetto. Una di esse condivide l'identica pianta con il fabbricato di Domingo e quello di contrada Bagliazzo; una variazione di progetto sta invece alla base della seconda, con l'evidente ampliamento in corrispondenza del retroprospetto




Non sono stato in grado di determinare quale sia l'epoca di realizzazione dei due fabbricati, poichè non sono in possesso, delle carte AMS II serie che riproducono la zona. E' possibile che la costruzione di essi sia posteriore di una ventina d'anni a quella dell'edificio in contrada Bagliazzo . Il fabbricato in contrada "tre Cupole"




che condivide la pianta con Bagliazzo e Domingo




infatti, non è individuabile sulla corografia di borgo Runza; non so a quando risalga la carta IGM utilizzata per Runza, ma non si rileva né la presenza dell'edificio e neanche quella della SP 40.

L'altro edificio, la cui pianta risulta lievemente diversa, sorge lungo la SP 42, in contrada Pilieri




Sul ciglio della strada, proprio in corrispondenza del fabbricato, si trova un cippo sul quale si puà leggere come la strada, definita "di bonifica", sia stata realizzata nel 1958 con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno




Ciò costituirebbe un'ulteriore conferma dell'ipotesi che tali edifici nascessero come case cantoniere, da riutilizzare poi per altri scopi, e conseguentemente collocherebbe più avanti nel tempo (appunto, seconda metà degli anni Cinquanta) la costruzione degli edifici.

Anche quello di Domingo sarebbe nato per lo stesso motivo (costruzione della SP44), e poi riutilizzato come caserma; come abbiamo visto qui (case cantoniere), in base alla legge 3134 del 1928, le "strade provinciali" e le "strade di bonifica" potevano essere considerate delle entità del tutto equivalenti.

E' pertanto plausibile che l'edificio del 1937 sia stato edificato nell'ambito della costruzione di quella che oggi è la SP 25, mentre gli altri due, rispettivamente, durante la realizzazione della SP 40 e della SP (o strada di bonifica) 42, per avere una successiva, diversa, destinazione d'uso; la costruzione in contrada "tre Cupole" riporta ancora un numero civico




Se così fosse, il principio, per certi versi non sarebbe troppo dissimile da quello che aveva ispirato la realizzazione delle case cantoniere nella provincia di Palermo; con la differenza che, mentre lì l'onere della realizzazione aveva gravato sulla Provincia, qui se ne fece carico il Consorzio. Ma sopratttutto, mentre allora venivano edificati interi, minuscoli villaggi (centro servizi e case); qui vennero costruiti soltanto singoli edifici; è possibile inserire nel novero dei borghi dei singoli edifici? Certo non meno di quanto possano essere considerati "borghi" le scuole di Capparrini e Binuara, o quella mai realizzata di Coti; probabilmente non è un caso il fatto che i due edifici costruiti nel corso della realizzazione delle strade di bonifica sorgano nelle stesse aree nelle quali la mappa del 1956 avrebbe previsto due borghi, uno di tipo "A" e l'altro di tipo "B", da realizzarsi da parte del Consorzio




Ufficialmente, comunque, non andrebbero ritenuti tali, considerato che della loro esistenza non risulta alcuna traccia all'Associazione Siciliana dei Consorzi ed Enti di Bonifica e di Miglioramento Fondiario.

Purtroppo, pare non sia rimasto un vero e proprio "archivio" relativo ai borghi rurali all'ASCEBEM; esistono vaghe tracce dell'esistenza di alcuni di essi, e tra questi pare non vi sia nulla che riguardi il Consorzio Delia-Nivolelli, Ci sarebbe invece qualcosa che riguarda il Consorzio della Piana del Gela. Ma cosa?



Passarello?

Le testuali parole dell'allora direttrice dell'ASCEBEM furono, al riguardo:

"Sappiamo che anche il Consorzio Piana del Gela ne ha realizzati ma non ne abbiamo documentazione d'ufficio."

Ora, Lettore, il comprensorio del Consorzio di Bonifica della Piana del Gela era vasto quasi 135000 ettari; ciò voleva dire in pratica che io non avevo idea né di cosa cercare, né dove cercarlo, né quanti di questi "cosa" avrei dovuto cercare. Un'impresa improba.

Ho comunque "cercato di cercare" ugualmente; l'unica cosa che ho trovato è stato Passarello.

Non, evidentemente, il borgo di cui si parla qui, quello progettato nel 1953 dall'ing. Lo Cascio, e che sappiamo benissimo non essere mai stato realizzato; tra i toponimi IGM esiste un altro "Passarello", qui:




tre edifici da una lato e due dall'altro tra i quali vi sono cinque costruzioni più piccole; ed una palazzina dal lato opposto della strada.

Se dovessi cercare su GoogleEarth le immagini satellitari della zona, Lettore, rimarresti deluso: nulla di tutto ciò e visibile




ma più correttamente si dovrebbe dire che nulla di tutto ciò è più' visibile. Se infatti osservi le immagini anteriori al 2010, la palazzina ricompare




ma per veder ricomparire altre costruzioni devi tornare indietro di venticinque anni




ed anche in quelle non tutti gli edifici sono presenti; alcuni sono già stati demoliti. Purtroppo non ho immagini relative al sito completo. Però, le StreetView di GoogleEarth risalenti al 2009 possono mostrarci almeno la palazzina




tre elevazioni, verosimilmente sei piccoli alloggi. Dallo stato generale sembrerebbe non sia mai stata abitata




probabilmente gli altri edifici si trovavano in uno stato analogo. Ostacolavano l'agricoltura, togliendole spazio, anzichè favorirla; meglio un vigneto produttivo che non costruzioni inutili.

E così qualcuno le ha eliminate; e con esse la risposta alla domanda: era questo uno dei "borghi" realizzati dal Consorzio della Piana del Gela?

E' possibile quindi che l’attività progettuale esplicata dai Consorzi fu più intensa di quanto non venga comunemente ritenuto, ed è rimasta pressoché misconosciuta. Luigi Epifanio, ad esempio, nel 1939 aveva curato la progettazione di un borgo e di due sottoborghi, oltre a Borgo Fazio; e non sembra che tali lavori siano stati commissionati dall’ECLS. E lo stesso può dirsi di Manetti Cusa; anche lui aveva progettato almeno un sottoborgo, mentre il progetto di borgo Schirò nasce in origine come “borgo Patria” per il Consorzio dell’Alto e del Medio Belice.

Di fatto, il concetto di borgo rurale di servizio venne quindi sviluppato per i Consorzi, ma questi ultimi sembrano essere quelli che meno lo hanno messo in pratica. L’impressione che se ne trae, soprattutto dalla vicenda di Borgo Lupo, ma anche da quelle di Borgo Ventimiglia, di borgo Schirò o del centro del Consorzio Delia-Nivolelli, è che l’ECLS abbia avuto un ruolo nell’inibire eventuali iniziative esterne all’Ente, tentando di monopolizzare la realizzazione di tali strutture, acquisendone la paternità o bloccandone l’attuazione. Esistono tuttavia diversi centri costruiti dai consorzi, ma ciò pare essere avvenuto soltanto in era post-ECLS; è quindi verosimile che la transizione da ECLS ad ERAS abbia avuto il suo ruolo in questo.

E proprio dalla mappa dei borghi aggiornata al 1 gennaio 1956 e pianificata dall’ERAS è desumibile un’intensa attività progettuale da parte dei consorzi; anzi, la quasi totalità dei borghi “A” è costituita da borghi dei Consorzi, laddove l’attività dell’ERAS sembra quasi di supporto. Poi, come abbiamo visto in qualche post precedente, le cose dal punto di vista pratico andarono diversamente; fu l’ERAS a doversi sostituire in qualche modo all’inattività dei Consorzi, anche se lo fece riducendo notevolmente la dimensione dei centri.

Nondimeno, e diversamente da quanto accaduto nelle fasi precedenti, alcuni borghi furono effettivamente realizzati ed esistono tuttora, ed è ad essi che il presente post è dedicato; pur con le limitazioni derivanti da una ricerca insoddisfacente. In epoca relativamente recente, infatti,i consorzi nati nella prima metà del Ventesimo secolo sono stati accorpati cercando di rispettare a grandi linee i confini delle province. Tale rispetto non è potuto essere rigoroso, in quanto molti consorzi gestivano territori che insistevano su province diverse, poichè di solito, si consorziavano i proprietari i cui latifondi, per la bonifica, facevano riferimento alle medesime sorgenti d’acqua. A tale riorganizzazione pare abbia corrisposto una perdita dei documenti di archivio, così è difficile ritrovare i dati presso le sedi consorziali. In un caso, il catasto comunale si è rivelato più fruttuoso della direzione dei consorzi. E’ il caso di Borgo Riena.



Riena

Quando mi recai a Riena per la prima volta, avevo già letto il, più volte citato, libro di Antonio Pennacchi “Viaggio tra le città del Duce”. In esso, Pennacchi narra dell’ unico abitante del borgo all’epoca della sua visita, l’ex ergastolano Totò Militello. Era innocente, Totò Militello, ma non innocente come (quasi) tutti gli ergastolani si dichiarano; pare fosse innocente per davvero, tanto che ciò gli venne riconosciuto in appello. In contumacia. Perché fino a quel momento Totò Militello, evaso dal carcere di Agrigento durante l’occupazione alleata, avrebbe vissuto da latitante, tra i boschi delle alture che sovrastano Riena. Magari avrà sofferto il freddo, Totò Militello, magari avrà avuto qualche disagio; ma per altri versi la sua latitanza deve avere avuto degli aspetti indimenticabili. Le alture che circondano Riena infatti sono attualmente parte della riserva di Monte Carcaci, che si estende fin quasi a Filaga. Ma, contrariamente alla zona che si trova nei pressi di Filaga, i dintorni di Riena sono meravigliosi




e nonostante vi siano delle strutture ricettive per gli escursionisti, la zona appare ancora incontaminata




E se lo appare adesso, a maggior ragione lo sarà stata ai tempi dei fatti narrati da Totò Militello, e riportati da Antonio Pennacchi, il quale, così, sarebbe riuscito a ricostruire la storia di un sito peraltro misterioso.

Perché, Lettore, una “città di fondazione del 1941-‘43”, come la definisce lo scrittore, “parte dell’«assalto al latifondo siciliano» decretato dal Duce nel 1939” ma che risulti sconosciuta allo stesso Ente che dell’assalto al latifondo avrebbe dovuto essere il primo attore, era sicuramente misteriosa. E, come ho avuto modo di ribadire in altre occasioni il mistero affascina; molto di più di ciò che è ben conosciuto. Era questo lo spirito che mi animava mentre salivo verso Riena, il 13 maggio del 2012. Speravo di poter trovare qualche prova, qualche traccia che mi consentisse di capire quale potesse essere la sua origine; dopotutto, se Antonio Pennacchi era stato in grado di identificare inequivocabilmente, tra gli edifici, la scuola, le poste, la caserma dei carabinieri, la casa del fascio, locanda ed il bar ed addirittura il dopolavoro, vi saranno state delle particolarità negli edifici, o delle insegne. E magari tra queste qualche indizio sulla genesi del sito, qualcosa che potesse indicare la strada da percorrere per arrivare a comprendere come mai un Ente che aveva “strappato” dalle mani Borgo Lupo al Consorzio di Bonifica di Caltagirone, avesse invece consentito l’esistenza di Riena, e per di più “quando ormai Tobruk ad un tiro di schioppo cadeva

E quando si cominciarono a delineare, in lontananza, campanile ed edifici, ricordo perfettamente quali fossero i miei pensieri. Non concordavo con Pennacchi riguardo alla descrizione della strada: “un tratturo che si inerpica sulla montagna”; la consideravo una descrizione esagerata. In Sicilia siamo in grado di fare ben altro, di creare percorsi di gran lunga più disagevoli. E non è vero neanche che si spacchi la marmitta, che anzi, al termine di questi percorsi è di solito l’unica parte dell’automobile rimasta integra. Abbiamo delle priorità, qui: coppa dell’olio, braccetti delle sospensioni, cerchi, pneumatici, supporti del motore…

Concordavo appieno, invece, sulla descrizione; da una certa distanza, sembrava proprio il plastico di Pomezia. Ed è con questo miscuglio di compiacimento, curiosità ed aspettative nell’animo che giungevo alla curva dalla convessità della quale si diparte la strada di accesso al borgo




ma, appena chiusa la porta dell’automobile, mi trovai di fronte a qualcosa di inaspettato.

Un sentiero rettilineo




con tre edifici a destra




e due a sinistra




attraversava un piccolo spazio antistante la chiesa.




La piazza con gli assi sfalsati? Dov’era? E gli altri edifici? Cos’erano? Chiesa e scuola




erano identificabili inequivocabilmente; ma gli altri? Dov’erano poste, caserma, casa del fascio, dopolavoro, locanda, bar, botteghe..? Solo le case sembravano riconoscibili; uno degli edifici era sicuramente una palazzina alloggi




Ma i servizi? Come sarebbero stati divisi nei due edifici rimanenti?

Dopo un primo istante nel quale sentimenti che mi avevano animato fino a qual momento mutarono in un unico stato d’animo, di delusione, la mia attenzione venne attratta da un particolare. Una vasca per l’acqua in Eternit, il fibrocemento considerato tanto dannoso per la salute, e che non lontano da lì veniva smaltito nascondendolo nei capannoni




Non solo la palazzina alloggi, ma anche la canonica




e gli altri edifici




avevano il loro serbatoio dell’acqua in Eternit. Una situazione inusuale per un borgo del regime; come si è visto, era espressamente previsto che i borghi ECLS fossero dotati del loro approvvigionamento idrico, con i serbatoi che in certi casi sembravano mausolei. Però Borgo Riena non era un borgo ECLS; e d’altra parte anche Borgo Bassi prima che fosse completato il serbatoio dell’acqua, era costretto a servirsi di serbatoi posti sul tetto della scuola. Ma il problema non stava lì. Il problema stava nel fatto che, anche se Eternit è un brevetto di più di cento anni fa , non avevo mai visto vasche per l’acqua potabile antecedenti agli anni Cinquanta. Condutture, gronde, serbatoi nelle installazioni militari… ma non i serbatoi usati nell’edilizia civile.

Certo, la mia cultura nel campo è praticamente nulla, pertanto era possibile che mi sbagliassi; ma un altro particolare destò la mia curiosità: la pavimentazione antistante la chiesa




Avevo già visto quel tipo di mattoni, usati per pavimentare marciapiedi negli anni Sessanta; ma, anche in questo caso, non potevo essere certo di quando, per la prima volta i mattoni fossero andati in produzione. Ma alzando il capo, vidi che nel soffitto del portico che congiungeva la chiesa al campanile era inglobato un tubo flessibile che avrebbe dovuto fare da traccia per l’alimentazione di una lampada, evidentemente mai installata




Mi diressi verso la seconda palazzina sulla sinistra, quella con la terrazza sostenuta da un portico ad archi




Anche lì, i mattoni della pavimentazione interna e del portico




erano in un conglomerato che avevo visto posato in appartamenti costruiti nei primi anni Sessanta




E lungo i muri, diverse cassette di derivazione per interruttori e prese; non era certo il tipo di impiantistica dei borghi rurali degli anni Quaranta, questa.

La delusione aveva lasciato ormai decisamente il posto alla curiosità. Mi diressi verso l’ingresso posteriore della scuola




dove, finalmente, vidi qualcosa di illuminante. Eccola qui:




Probabilmente, Lettore, ti starai chiedendo cosa possa esservi di illuminante in una pensilina in legno e laterizi. Nulla, in effetti. Perché, illuminante non è la pensilina in sé. E’ il sostegno. E’ mai concepibile, Lettore, che in un periodo in cui l’Italia in guerra era costretta ad usare travi di legno per ogni struttura portante, pena la sospensione dei lavori, si usasse una trave di ferro a “doppia T” solo per tenere in posizione una misera pensilina?

I solai della scuola, subito dopo, confermarono l’impressione. Non c’era traccia dei solai tipo SAP, ma travi di ferro a profusione




Questo sì che collimava con vasche in Eternit, impianti elettrici sotto traccia, cassette di derivazione e pavimentazione in conglomerato. Lo stato d’animo si tramutò ancora una volta, mentre scendevo. Era una sorta di disappunto con una punta di stizza. E’ mai possibile, pensavo, che di Carcaci si sappia praticamente tutto, date di fondazione, costruzioni e persino numero di famiglie, anno per anno, dal diciassettesimo secolo, e gli annali di Borgo Riena debbano consistere nei ricordi di Totò Militello?

Il 13 maggio del 2012 era una domenica; il giorno dopo mi affrettai a telefonare al comune di Castronovo di Sicilia. Mi presentai.

Scusi se disturbo, ma sto conducendo, a titolo esclusivamente personale, delle indagini sui borghi rurali siciliani. Chiamavo per Borgo Riena…”
E’ nostro.”
Sì, lo so, per questo chiamavo voi. Saprebbe dirmi orientativamente quando è stato costruito?
Presumiamo sia di epoca fascista.
Be’ molti lo presumono, ma io non sono tra questi. E converrà con me che presumere è un conto, sapere è un altro…
Farò una ricerca. Mi chiami dopodomani e le darò notizie.

Lo richiamai il mercoledì. Molte persone, in questi anni di ricerca, si sono rivelate gentili e disponibili. Ma pochissime realmente efficienti ed efficaci come l’architetto Orlando.


Costruito dal Consorzio di Bonifica Quattro Finaite Giardo con fondi della Cassa per il Mezzogiorno

Attualmente appartenente al Demanio Regione Siciliana, ramo Agricoltura

inizio pratiche anno 1966

occupazione terreni anno 1968

delibera fine lavori 24 febbraio 1977

Edifici catastati nel 1981



Questo era assolutamente consistente con ciò che avevo visto. Feci allora ciò che avrei dovuto fare prima: controllare la mappa dei borghi aggiornata al primo gennaio del 1956. Eccolo qui, Riena




Il quadrato vuoto significa che nel 1956 il borgo era pianificato, ma non costruito, mentre il colore nero della circonferenza determinata dal raggio di influenza indica che non sarebbe stato costruito dall’ ERAS.

Le dimensioni del raggio di influenza indicano che si tratta di un borgo “C”. Questi, come abbiamo visto, comprendevano chiesa, scuola, alloggio ed ambulatorio. Come detto sopra, chiesa e scuola sono identificabili inequivocabilmente; ma sulle altre costruzioni posso solo fare qualche illazione. Sulla palazzina a sinistra ho già detto: sembrano alloggi, quattro, per la precisione.

L’edificio sulla destra avrebbe una planimetria adatta per un centro servizi: l’ambulatorio, richiesto per un borgo “C”, e probabilmente gli uffici del consorzio. La costruzione, infatti, consta di due parti distinte, una che si sviluppa su due elevazioni, con accesso separato per il piano superiore




l’altra su singola elevazione, e che racchiude un cortile




L’accesso a quest’ultimo è carrabile, e su di esso si apre, tra l’altro, una rimessa le cui dimensioni indicano che fosse concepita per mezzi ed attrezzi agricoli.

Sull’ultimo edificio a sinistra, che si sviluppa su due elevazioni e presenta il portico ad archi sul prospetto, non saprei nemmeno fare delle ipotesi.

Ma non dispero di avere, a breve, una soluzione anche a questo.



LE VIE DEL SIGNORE SONO INFINITE

Elton John, in una delle sue più celebri (e belle) ballads dice. “For there’s more way than one, and the ways of the world are a blessing”; il che esprimerebbe concetti analoghi a “tutte le strade portano a Roma” e “le vie del Signore sono infinite”.

Perché, Lettore, la realtà è che vi sono molte strade per giungere alla meta, molti modi di giungere allo scopo. Che l’essere umano che raggiunge l’obiettivo debba essere considerato uno strumento nelle mani di un essere superiore, oppure un mezzo usato dalla provvidenza per raggiungere i suoi scopi, o invece sia un essere pensante che agisce in piena libertà ed autodeterminandosi, dipende dalle credenze e dal temperamento individuale.

Come avrai avuto modo di leggere, l’unico motivo per il quale queste pagine vengono scritte è quello di divulgare l’informazione, che, nella mia idea, deve essere libera per tutti. E come avrai avuto modo di constatare, qui questa affermazione è verificata fino in fondo: non vi sono affiliazioni da pagare, non iscrizioni cui consegue uno spamming sulla mailbox, non vi sono banner pubblicitari, né il blog è strumentale ad alcuna attività commerciale.

Accade però che facendo tutto questo da solo, io possa non arrivare dappertutto; non avere la possibilità di completare tutto al meglio. Ma se qualcuno lo fa al posto mio, a me va bene comunque. Se la mia attività stimola qualcuno a trovare ciò che io non ho potuto cercare, ben venga: lo scopo sarà stato comunque raggiunto.

E se questo, inoltre, stimola alcune persone a condurre una ricerca originale, personale, senza scopiazzare qui e là, insomma ad eseguire un lavoro vero, la soddisfazione è ancora maggiore. Vi sono delle persone che magari sarebbero apprezzabili, che sarebbero in grado di dare contributi, ma che ogni tanto hanno bisogno di qualche “spintarella” per rimanere in carreggiata.

Pertanto, confido nel fatto, con ragionevole possibilità, che qualcun altro, una volta letto questo post, si precipiti a verificare, e scrivere ciò che non ho scritto io, così come è accaduto altre volte.

E di conseguenza, nutro delle fondate speranze di veder comparire notizie più precise sull’ultimo edificio. Ma non solo.

Sebbene la delibera di fine lavori sia del 1977, gli edifici del borgo vennero completati prima, molto prima; le prime fasi della realizzazione dovettero avvenire con quelli che trenta anni prima si sarebbero definiti "tempi fascisti".
In questa immagine ripresa a metà del 1968 si nota l'assenza dell'abbeveratoio (1), il tombino all'imbocco della strada del borgo in costruzione (2), la presenza dei cumuli di materiale di riporto per la realizzazione del piazzale del borgo (3), mentre devono ancora essere realizzate le delimitazioni delle piazzole degli edifici di SudEst (4), e sono in fase di realizzazione quelle di chiesa e canonica (5); ma gli edifici appaiono sostanzialmente ultimati.




Quindi, qualcosa deve essere accaduto, qualcosa che appare aver bloccato la realizzazione di Borgo Riena poco prima del suo completamento. Quello che spero è che chiunque ritenga di voler sopperire alle mie "mancanze" si occupi anche e soprattutto di questo aspetto. Prima o poi.

Nell’attesa, ciò che si può notare è che Borgo Riena non deve mai essere stato abitato, ufficialmente almeno. Se gli edifici sono stati ultimati alla fine degli anni Sessanta, è chiaro il motivo per il quale nelle foto aeree di venti anni dopo essi appaiono ancora integri




Ma già dopo ulteriori cinque anni, in assenza di qualsiasi manutenzione, cominciano a divenire evidenti i primi segni di deterioramento




Così come è evidente che la chiesa non è stata spogliata degli arredi; semplicemente, non è mai stata usata. Non è neanche stata posata la pavimentazione dell’aula




E le rifiniture (interruttori, placche, porte, etc.) non sono mai state completate. E mai lo verranno, considerato lo stato delle strutture




Chiesa e torre campanaria sembrano avere ormai i muri fuori piombo




credo sia divenuto pericoloso persino passeggiarvi davanti. Borgo Riena, semplicemente, non è mai stato completato; è morto prima di nascere. Con buona pace di Totò Militello.





Sferro

Abbiamo già avuto modo di incontrare un “borgo Sferro” a proposito dei villaggi operai riconvertiti in centri rurali. E borgo Sferro veniva descritto come uno dei quattro villaggi basati sulla planimetria generale che il Ministero dei Lavori Pubblici aveva redatto nel 1925. Sferro, insieme a Filaga, è uno dei due villaggi sopravvissuti fino ai nostri giorni, nel senso che ancora oggi costituisce un nucleo abitativo e non è abbandonato. Questa non è l’unica caratteristica condivisa dai due borghi. Come Filaga, Sferro ha una “notorietà” (nel bene e nel male) che prescinde dall’esistenza del villaggio operaio. Come Filaga, Sferro ha una stazione ferroviaria. E come è accaduto per Filaga, nelle immediate adiacenze di Sferro è stato costruito un borgo rurale “moderno”. Questo si trova a poco più di un centinaio di metri di distanza dal villaggio operaio del 1927. Venne costruito dal Consorzio di Bonifica della Piana di Catania




ma non ne conosco la data esatta; nella mappa dei borghi aggiornata al 1 gennaio 1956 risulta “in progettazione”




mentre nella carta topografica IGM 1:100000 è presente




per cui presumo sia stato costruito alla fine degli anni Cinquanta. Sempre dalla stessa mappa può desumersi come fosse un borgo di tipo “A”. Il sito è infatti molto vasto




con un sistema di viabilità interna che prevede addirittura i nomi delle strade




Originariamente era composto da quattro grandi edifici, più la chiesa




Uno degli edifici e la chiesa furono demoliti tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Il sedime degli edifici demoliti è rimasto libero; la chiesa si trovava in corrispondenza di questo piazzale




E sempre analogamente a quanto accaduto per Filaga, non sembra ci si sia preoccupati eccessivamente del risultato in termini estetici. Dei tre edifici rimasti due hanno una pianta ad “L” con due corpi separati su due elevazioni, con portici costituiti da piattabande sul prospetto




Il terzo edificio ha una pianta ad “U”, con i corpi laterali costituiti da alloggi i cui fabbricati si sviluppano su singola elevazione




Non sono in grado di immaginare quale potesse essere l’effetto d’insieme quando tra tali edifici, indubbiamente imponenti, si ergeva la chiesa con l’alta torre campanaria; attualmente però, l’impatto estetico non appare superiore a quello di borgo Vicaretto




L’area, recintata, del borgo attualmente comprende altre costruzioni, marcate in azzurro nell’immagine satellitare, realizzate successivamente. Attualmente il complesso edilizio è utilizzato dal Consorzio




ma l’area è chiusa ai privati; nessun servizio è attivo. Pare comunque che i servizi, attivi non lo siano stati mai; sono state attive le scuole, gestite però da suore. Sebbene, in assenza di elementi certi, sulla demolizione degli edifici non sono in grado di avanzare alcuna ipotesi, la mancata attivazione dei servizi potrebbe invece essere la conseguenza di una pianificazione non orientata alla Riforma Agraria. L’intera area del comprensorio del consorzio nella zona di Sferro e ad Est di esso appare ricoperta da cerchi di influenza di diversi borghi “A” i cui raggi si sovrappongono; ma a tale ridondanza non corrisponde una comparabile estensione delle aree di RA. Ovviamente, i borghi non progettati dall’ERAS non avrebbero necessariamente dovuto essere a servizio di aree interessate dalla Riforma Agraria; la finalità statutaria dei Consorzi, tra l’altro preesistenti alla legge 104, può andare ben oltre limiti e necessità strettamente attinenti alla riforma. Il fatto che in determinate aree non fossero presenti piani di ripartizione non indica l’assenza di popolazione rurale, anzi; è verosimile che le proprietà in aree agricole nelle quali non sia stato eseguito alcun piano di ripartizione fossero di estensione così ridotta da non rientrare negli obblighi di conferimento. Persino l’ERAS realizzò borghi (Bruca, Tumarrano) volti a garantire la presenza dei servizi alla popolazione rurale prescindendo dall’estensione dei piani ripartizione, quando non si sottrasse a richieste in tal senso provenienti da assessorati (Tudia, Cutò). E’ pertanto possibile che il Consorzio di Bonifica della Piana di Catania abbia ritenuto di dover fornire servizi ai contadini ed ai piccoli proprietari esistenti, e non agli assegnatari dei lotti. Come probabilmente accaduto, anche se in modo ancor meno lineare, nella zona di monte Turcisi, nel comune di Castel di Iudica.



Franchetto

L’area del comune di Castel di Iudica giace proprio sul quello che una volta (prima dell’accorpamento) era il confine tra il comprensorio del Consorzio di Bonifica di Caltagirone e quello della Piana di Catania cosicché tutte le zone ad Est dell’abitato, ancorché prive di aree di Riforma Agraria, rientrano ampiamente all’interno dei confini del comprensorio del Consorzio di Bonifica della Piana di Catania. E nel comune di Castel di Iudica vi sono ben sei frazioni classificate come borghi rurali, ma non tutti intesi nel senso di centri di servizio progettati e realizzati per la popolazione rurale; quattro di essi, che si trovano ad Ovest di Castel di Iudica, sono agglomerati abitativi spontanei, ed anche relativamente recenti.

I due rimanenti, molto vicini tra loro, si trovano ad Est, nella zona del monte Turcisi , tra questo e Castel di Iudica, ma in una zona che costituisce parte del comprensorio del Consorzio di Bonifica della Piana di Catania.

Essi vennero realizzati tra la seconda metà degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta come borghi di tipo “C”. Ma nessuno dei due è riportato sulla mappa dei borghi del 1956, nemmeno come centro in progettazione; e ciò nonostante uno dei due dovesse essere, ai tempi di redazione della mappa, almeno in costruzione.

Questo è Borgo Franchetto, una delle frazioni più “socialmente attive” di Castel di Iudica (vi si svolge una “sagra del pecorino pepato”, ha ospitato manifestazioni e raduni ed è regolarmente frequentato dal G.A.C., Gruppo Astrofili Catanesi); la sua presenza è chiaramente indicata nella carta che raffigura il comprensorio del Consorzio della Piana di Catania.




Il nucleo del borgo si compone di tre edifici, chiesa




canonica e scuola con alloggio, collegati tra loro




più un quarto edificio




con pianta ad “L”




In un articolo pubblicato su Limes nel 2009 e più volte menzionato (“il Novecento narrato dalle pietre”), l’arch. La China fa risalire al 1953 la costruzione di Franchetto. Dalle scarne notizie raccolte direttamente, invece, la sua costruzione sarebbe iniziata nell’anno 1955 ad opera dell’impresa Testa di Catania. Rimane il fatto che nel 1956, Borgo Franchetto sarebbe già stato esistente, o almeno in costruzione; mentre, come già affermato sopra, non vi è traccia di esso nella mappa dei borghi




Ma questo non è l’unico aspetto inusuale tra quelli che lo riguardano.

L’altro aspetto misterioso è quello relativo all’iniziativa della realizzazione. Sebbene Franchetto rientri pienamente nell’area gestita dal Consorzio di Bonifica della Piana di Catania, la sua costruzione sarebbe avvenuta su incarico del Consorzio di Bonifica di Caltagirone. Ciò, oltre ad essere riportato sempre nel succitato articolo dell’architetto La China, è esplicitamente dichiarato anche dal Consorzio di Bonifica di Caltagirone (ad esempio, nel “Piano di classifica per il riparto della contribuenza” del consorzio, relativo al 2009).

Attualmente, oltre chiesa, canonica e scuola, che costituiscono il nucleo del borgo vi sono altri edifici




essi sono chiaramente abitazioni private, con l’esclusione dell’edificio all’angolo SudEst della piazza la cui funzione è più difficile da individuare inequivocabilmente. Come si vedrà più avanti l’impianto di Franchetto presenta delle analogie con quello di altri borghi realizzati dal Consorzio, e la palazzina potrebbe rappresentare un “omologo” di altri edifici. Purtroppo, a differenza di quanto è avvenuto per altri centri rurali, la raccolta di informazioni presso il comune o gli abitanti della zona, è stata poco fruttuosa; non si incontra un architetto Orlando ad ogni angolo di strada. Per tale motivo, unitamente all’assenza del centro sulla mappa, non sono stato in grado di stabilire praticamente nulla della storia del borgo. Di certo, la chiesa ha funzionato almeno fino a qualche tempo fa; uno dei sacerdoti che vi ha ufficiato è (o almeno lo era sicuramente fino al 2012) il parroco della parrocchia di san Pietro e Paolo, in Santo Pietro.



San Giovanni Bellone

Solo tre chilometri e mezzo di strada separano Franchetto da San Giovanni Bellone, che in realtà sono poco più di due in linea d'aria, sebbene i due siti siano reciprocamente nascosti alla vista da una collinetta




E' l'esatta immagine speculare di Franchetto




a meno di qualche particolare decorativo di secondaria importanza, e delle apparenti differenze estetiche che sono in realtà frutto della manutenzione dell'uno, e di assenza di essa nell'altro.

Esso, come accade per Franchetto, non è presente nella mappa dei borghi; sebbene, come afferma l’architetto La China nel già citato articolo su Limes, sarebbe stato costruito nel 1955.

San Giovanni Bellone è sicuramente posteriore a Franchetto; e questo è desumibile anche dal fatto che in diverse carte topografiche si rileva la presenza del secondo, ma non del primo.

Nella carta che mostra i limiti del comprensorio del Consorzio di Bonifica di Caltagirone, Borgo Franchetto è riportato (sebbene, per quanto detto sopra, al di fuori dei limiti), ma così non è per San Giovanni Bellone




La topografia di tale carta è la riproduzione della carta topografica IGM scala 1:100000.

Ma a quando risalgono i rilievi eseguiti per redigere la carta? Sul sito IGM le carte 100/V, in varie versioni hanno date variabili (dipendenti dalla versione) tra il 1955 ed il 1969, redatte però sui rilievi eseguiti per le carte 1:25000. Se quanto riportato sulle carte non è, in qualche modo, carente, San Giovanni Bellone è necessariamente posteriore al 1955; se si tiene presente che su qualcuna di queste carte è presente il Lago di Ogliastro, San Giovanni Bellone potrebbe anche essere stato realizzato nella prima metà degli anni Sessanta.

Come già detto sopra, la zona in cui si trovano Franchetto e San Giovanni Bellone si trova al limite tra quelli che una volta erano i consorzi, adesso unificati, della Piana di Catania e di Caltagirone. Mi sono fatto l’idea che questo lembo di territorio costituisse, più che un lembo, un limbo, una sorta di terra di nessuno che non veniva presa in considerazione; persino dai confini tracciati sulla carta della mappa dei borghi non si capisce esattamente in quale comprensorio ricada. E nella zona non vi sono aree di riforma agraria.

Gli edifici del borgo, chiesa compresa, sono attualmente occupati da privati, ed in parte utilizzati per il ricovero degli armenti




La chiesa è stata comunque, in passato, aperta al culto; in particolare, mi è stata raccontata l’invasione dell’aula ecclesiastica da parte di un gregge di pecore, avvenuta proprio durante la celebrazione di una messa. L’aneddoto proviene sempre dalla stessa persona, che è stata almeno fino al 2012 parroco della chiesa di San Pietro e Paolo, a Santo Pietro; e sembra prefigurare quello che sarebbe stato il destino del sito.

San Giovanni Bellone è infatti ormai null'altro che una grande stalla, in possesso di qualcuno del luogo. Da un lato fa rabbia che ciò che è stato costruito con i soldi di tutti, e che di tutti dovrebbe essere, sia in esclusivo possesso di chi non vi ha messo nulla. Ma dall'altro occorre prendere atto che questo non è altro se non il frutto della totale assenza dello Stato. Assente quando dovrebbe assistere che ne ha bisogno e diritto. Assente quando dovrebbe occuparsi dell'efficienza e della manutenzione di ciò che ha realizzato con i soldi della comunità, con la scusa di averlo fatto per la comunità. Assente quando dovrebbe far rispettare i diritti di chi si vede precluso ogni utilizzo del bene proteggendolo dalle prepotenze. E nel terreno sterminato senza Stato vige solo la legge del più forte. Lo sperimentarono i coloni americani nel diciannovesimo secolo; e lo sperimentiamo ancora oggi noi, che sui paesi anche mediamente civili viaggiamo con qualche secolo di ritardo.



Santo Pietro

E’ la seconda volta, Lettore, che ritroviamo questa località in questa serie infinita (solo apparentemente – tra breve scoprirai che non è così) sui borghi rurali. Sarebbe stata infatti il luogo nel quale trenta anni prima, sarebbe dovuta sorgere Mussolinia.

La costruzione di Santo Pietro, infatti, programmata all’inizio degli anni Cinquanta




fu iniziata nel 1955 dal consorzio di bonifica di Caltagirone; nella mappa dei borghi del 1956 risulta, come è logico attendersi, in costruzione




Il progetto, come d’altra parte può dedursi dal raggio di influenza, era per un borgo di tipo “A”; nel 1955 (quindi quando già il decreto nr 295 del 1953 era stato pubblicato in gazzetta) ciò avrebbe significato la realizzazione di chiesa, asilo, scuola, casa sanitaria, ufficio postale, caserma carabinieri, delegazione municipale, botteghe artigiane, uffici dell’ente, trattoria e rivendita, ambulatorio veterinario, stazione di monta e mulino, oltreché le palazzine alloggi per gli addetti ai servizi.

Un elenco dei servizi previsti è riportato sul più volte citato articolo di Limes, del 2009, a firma Maria Lina La China; rispetto a quanto previsto dal decreto assessoriale solo i servizi veterinari (ambulatorio, mattatoio e stazione di monta) ed il mulino sembrano mancare. E d’altra parte esistevano (ed esistono tuttora) gli edifici di servizio preesistenti a Mussolinia, come la stazione sperimentale di granicoltura e l’asilo.

Ma come per Franchetto, escludendo la chiesa con la canonica




la scuola con alloggio




e la palazzina oltre la scuola




di cui sia le insegne




sia le inferriate rimaste alle finestre




ne denotano inequivocabilmente le pregresse funzioni, la destinazione d’uso degli altri edifici è desumibile con difficoltà.

L’edificio su due elevazioni ad Est della chiesa




avrebbe potuto comprendere delegazione municipale ed uffici dell’Ente, anche se la lunga teoria di finestre tutte uguali sul retro prospetto evocherebbe più la funzione di una struttura ricettiva (locanda, albergo)




mentre la casa sanitaria avrebbe potuto essere ubicata nell’edifico adiacente, ad un solo piano




magari con accesso al pubblico dal portico laterale




L’architettonica della costruzione ancora più ad Est, invece, con particolare riguardo alle caratteristiche del piano inferiore, farebbe pensare maggiormente alla possibilità di botteghe o negozi




mentre ancora più difficile risulta avanzare delle supposizioni su altri edifici




Comunque sia, poiché, come già sottolineato, non ho preso visione di alcuna documentazione, ogni descrizione non supera i confini delle illazioni.

Sempre nello stesso articolo dell’arch. La China del 2009, su Limes, viene riportato come il progetto del borgo risalirebbe al 1939, e fosse a firma Florestano Di Fausto; ciò viene ribadito anche in un articolo pubblicato sulla rivista “Agorà” nel 2013, dove viene anche mostrata la fotografia di un plastico tratta da un numero del “Popolo di Sicilia” del 1939




Ciò è sicuramente possibile, in quanto anche se Di Fausto all’epoca era in Libia come Consulente Artistico in Materia Edilizia, continuava a mantenere uno studio professionale a Roma; pertanto non è impossibile che accettasse anche degli incarichi in patria, tanto più se essi avrebbero potuto risolversi nella presentazione di progetti già redatti per altre finalità.

Vi è però da dire, onde evitare di ingenerare equivoci, che l’immagine riportata sul “Popolo di Sicilia” non ha a che fare con la costruzione di Santo Pietro, ma è uno studio relativo al “Villaggio Oberdan” realizzato in Libia l’anno precedente, per la seconda “ondata” della colonizzazione di massa. Il villaggio Oberdan ha una planimetria generale diversa, ma i singoli edifici sono i medesimi, solo diversamente disposti.

Nella fotografia del centro in costruzione sono riconoscibili molti degli edifici presenti sul plastico




ed anche il disegno prospettico che venne eseguito per la versione definitiva di Oberdan risulta poi comunque diverso da ciò che venne effettivamente realizzato.

Tra l’altro, molti dei centri libici si basano su planimetrie che prevedono una piazza chiusa su tre lati, in cui i corpi di fabbrica, come a Santo Pietro




sono contigui o raccordati da portici ad arco




invece le costruzioni di Oberdan non sono collegate tra loro, cosicché risulta possibile effettuare con facilità variazione della planimetria generale, come in effetti accadde nella realizzazione del villaggio.

E’ fuor di dubbio che Santo Pietro si accosti molto, nello stile architettonico degli edifici, ai centri rurali libici della prima e della seconda “ondata” migratoria; se però, personalmente, dovessi ricercare delle analogie nell’impostazione planimetrica, considererei forse più il villaggio Maddalena, costruito per la prima “ondata”, oppure Mameli




per la seconda, che non Oberdan. Così come vi sono similitudini nell’opera di Pellegrini, anche se questi praticamente non operò mai in Italia; tra i progetti firmati (anche) da Pellegrini vi sono centri, come Baracca




o Crispi




la cui piazza risultava aperta su un intero lato, con un’impostazione simile a quella Santo Pietro.

L’elemento dissonante in Santo Pietro è invece costituito dai tetti spioventi, inusuali nei centri libici; tra essi, l’unico a presentare tale caratteristica è D’Annunzio. Tuttavia, essi potrebbero essere un elemento aggiunto, per variare stilisticamente i componenti “presi a prestito” da progetto in qualche modo riciclato, secondo l’ipotesi ventilata dall’architetto La China. Anzi, devo dire che sebbene non saprei dire quanto l’ipotesi dell’arch. La China sia del tutto plausibile o comprovabile, che almeno su alcuni edifici archi e spioventi siano un’aggiunta è certo.

Il nucleo centrale del borgo, infatti, e cioè quello composto da chiesa con canonica e scuola con alloggio dell’insegnante è il medesimo di Franchetto/San Giovanni Bellone




Nonostante l’edificio ecclesiastico appaia diverso




l’insieme chiesa-canonica-scuola è evidentemente lo stesso. I fabbricati di scuola e canonica sono quelli degli altri due borghi, con l’aggiunta di qualche elemento architettonico (arco-pensilina), per renderli stilisticamente omogenei agli altri edifici del borgo




Anche misure e dimensioni sono uguali. La sovrapposizione appare perfetta, al limite della precisione delle immagini di GoogleEarth. Qui, in nero i contorni degli edifici di Franchetto, sovrapposti all’immagine satellitare di Santo Pietro




E come si vede la caserma è omologa alla palazzina di Franchetto, sebbene sembrerebbe basarsi su un progetto non identico.

Una possibilità da tenere in considerazione è che la costruzione si sia basata su due progetti diversi. Uno, in comune con Franchetto e San Giovanni Bellone, che abbia riguardato chiesa, scuola e canonica; l'altro, relativo al solo Santo Pietro, da identificarsi con quello che l'architetto La China fa risalire a Florestano Di Fausto.

Sempre nel succitato articolo su Limes, infatti, l'architetto La China scrive: "Il progetto non venne portato subito a termine, tanto che ancora nel 1965 si operavano delle varianti alla chiesa".

Ciò appare coerente con quanto visibile nell'immagine sottostante, che mostra Santo Pietro in costruzione.




Sono in fase di realizzazione praticamente tutti i fabbricati con l'eccezione di chiesa e canonica, e cioè gli edifici che presentano marcate analogie con gli omologhi di Franchetto e San Giovanni Bellone.
E' plausibile che, per qualche motivo, non si sia dato luogo alla realizzazione di chiesa e canonica, per ricorrere, in una fase successiva, ad un progetto diverso (Franchetto), apportando qualche variente per cercare di uniformare lo stile dei fabbricati a quello degli edifici esistenti

Nonostante gli edifici a NordOvest abbiano definitivamente cancellato gli ultimi resti del turrito colonnato di piazza XXX Ottobre, prendendone il posto, sembra che Santo Pietro abbia conservato, nella viabilità, un indissolubile legame con la Mussolinia che doveva essere e che non fu




La piazza, intersecata dalla via Ozanam ha dei confini non ben definibili, specialmente nella zona Est, dove la chiesa di San Paolo ancora esiste; nondimeno, il baricentro della piazza attuale continua in qualche modo a coincidere con il centro di piazza XXX Ottobre.

Quale che sia la reale origine del progetto su cui si basa Santo Pietro, il nesso con Franchetto e San Giovanni Bellone è comunque palese. Presumo pertanto che il nucleo dei tre borghi del Consorzio di Caltagirone, realizzati nello stesso periodo e su progetto analogo, possa esser fatti risalire alla stessa fonte.



Sperone

Le esigenze che devono aver condotto alla realizzazione di Sperone appaiono analoghe a quelle di Franchetto e San Giovanni Bellone. Anche Sperone non è previsto nella mappa dei borghi, non serve aree di riforma agraria, e la realizzazione venne iniziata nel 1956 con la costruzione della chiesa; la costruzione venne quindi sospesa nel 1957. Nel 1963 Il Sottocomitato Tecnico Amministrativo diede parere favorevole al completamento del borgo, per l’interessamento attivo del direttore del Consorzio del Birgi. I lavori iniziarono nel settembre del 1964 e terminarono l’anno successivo.

Il borgo consta di tre edifici, la chiesa




la scuola




e l'ambulatorio medico




La chiesa (parrocchia San Giuseppe) è normalmente aperta al culto, mentre l’ambulatorio è chiuso e parte delle aperture appaiono murate. L’edificio scolastico è invece stato costruito a poche decine di metri da quello preesistente, costruito a metà degli anni Trenta




Il “borgo” risulta pertanto completamente inglobato nel tessuto urbano




è difficile, sulle prime distinguere quali siano gli edifici appartenenti ad esso, e quali di altra origine




La sagrestia, l’aula per il catechismo ed il salone ricreativo annessi alla chiesa sono comunque di realizzazione molto più recente.



Tangi

Buseto Palizzolo, dell’esistenza del quale vi è stato modo di accennare a proposito di Badia e di Bruca, è un paesino con una peculiarità: non possiede un “centro” definibile. Non si è sviluppato accrescendosi intorno ad un nucleo. I suoi “quartieri” si identificano con le sue frazioni. Due di esse ospitano due borghi “C” costruiti dal Consorzio del Birgi.

A Tangi è presente uno dei due borghi “C”; costruito al limitare Ovest dell’abitato




consta di tre edifici: chiesa




scuola




ed edificio di servizio




E’ possibile che la sequenza di costruzione sia stata simile a quella di Sperone: prima la chiesa, poi il resto del borgo. Su un sito web non più esistente, si precisava infatti che la chiesa venne costruita con fondi raccolti dai residenti. Vale la pena di sottolineare che la denominazione originale di Tangi era “Città povera”; questo ad ulteriore riprova dell’importanza che l’aspetto religioso riveste nella vita contadina




Non sembra che i servizi, all’infuori della chiesa (parrocchia M.SS. Addolorata) siano mai stati attivi; in quella che avrebbe dovuto essere la scuola ha attualmente sede un museo di arte povera contadina





Pianoneve

L’altro borgo delle frazioni di Buseto Palizzolo è a Pianoneve. Anche questo consiste di tre edifici, chiesa, scuola ed edificio di servizio, su due piazzali realizzati su terrazzamenti e separati dalla strada da muri di contenimento




La scuola




più grande di quella di Tangi, è attiva; così come la chiesa ( parrocchia Chiesa “Maria SS. Di Fatima”)




L’edificio che sarebbe stato destinato ad ambulatorio sembra sia abitato da privati




esso è l’esatta copia di quello di borgo Sperone.



Santa Margherita

Per anni l’ERAS ha cercato di regalare ai comuni i borghi che costruiva, ed i comuni hanno sempre tentato di sottrarsi a tanta generosità. Ma gli stessi comuni hanno fatto di tutto per acquistare a caro prezzo dalla Regione Siciliana (i borghi sono costruiti su aree demaniali del ramo Agricoltura) i borghi costruiti dai consorzi. Così è stato per borgo Santa Margherita, costruito nella seconda metà degli anni Sessanta (inaugurato nel giugno del 1968) dal consorzio di bonifica Gagliano Castelferrato-Troina.

Composto da un edificio con pianta ad “L” (sono in pratica due edifici uniti), e chiesa con canonica




sorge sulle pendici di un monte a due chilometri e mezzo, in linea d’aria, da Gagliano Castelferrato. Ovviamente non è previsto nella mappa dei borghi del 1956; non vi sono aree di RA nei dintorni, e gli abitanti delle sporadiche case più vicine avrebbero probabilmente trovato meno disagevole recarsi a Gagliano Castelferrato.




Ma perché, allora, quel borgo proprio lì? Perché lì, più di un secolo prima, esisteva una chiesetta edificata in onore di Santa Margherita Maria Alacoque. La motivazione non ha dunque nulla a che vedere con bonifica e miglioramento fondiario; come per Sperone, Tangi, Pianoneve, come per molti dei borghi ERAS, il “servizio” ritenuto maggiormente importante è quello religioso. L’unico edificio realmente fondamentale resta la chiesa




quello stesso edificio che l’ERAS aveva voluto eliminare nei borghi “ridotti”. Ed infatti, anche qui è l’unico servizio che abbia mai funzionato. Occorre dire che Santa Margherita è divenuto una delle sedi decentrate della Croce Rossa Italiana




Ed il comune di Gagliano Castelferrato ha sempre fatto di tutto per acquisirlo definitivamente. La provincia di Enna è arrivata ad inserirlo nel Piano Territoriale Provinciale del 2009 come “borgo di fondazione del periodo fascista” (insieme all’eclettico Borgo Baccarato, che nei vari elenchi risulta talvolta borgo fascista, talatra borgo minerario, ma quasi mai borgo ERAS)




Finalmente, alla fine del 2011, il comune lo ha acquistato. Non so se ospiti ancora la CRI; il sito è comunque dotato di una recinzione impenetrabile che rende difficile persino fotografarlo




Le immagini riprese da me sono state mostrate solo per completezza




sul sito del Consorzio di Enna, nel quale quello di Gagliano Castelferrato è confluito, vi sono delle fotografie che meglio illustrano composizione ed architettonica del borgo.

Strano destino, Lettore, quello che contrappone i borghi ECLS a quelli dei consorzi di bonifica. Edifici progettati da grandi architetti, per anni rifiutati dai comuni, decadono o vengono abusivamente occupati; mentre anonime costruzioni, senza particolari connotazioni che ne denuncino origine o finalità, vengono acquistate dai comuni anche a prezzo di notevoli sacrifici economici.

E’ evidente che non è il valore artistico dell’oggetto a contare. E’ evidente che sono altri i parametri che si sarebbero dovuti considerare nella pianificazione a lungo termine. Ribadisco qui la mia opinione, secondo la quale il governo fascista lo comprese, e promulgò la legge 890; ma la sua caduta rese tale legge uno strumento per perpetuare gli errori, piuttosto che per arginarli.

Questo però, Lettore, è ormai un problema che appartiene al passato. Con Borgo Vicaretto da una parte, e Villaggio S. Margherita dall’altro, siamo giunti all’estremo terminale di questa lunghissima catena, lunga cinquanta post e durata solo tre anni sul blog, ma che ha avuto la presunzione di volerne coprire duemila di storia. E, di conseguenza. anche questa serie sui borghi ormai volge al termine




Sarebbe pertanto giunto il momento dei commiati; ma non prima di avere brevemente parlato dei borghi residenziali.