venerdì 30 ottobre 2015

LA VIA DEI BORGHI.46: L'ultima fase dei borghi rurali siciliani. I "FANTASMI" DELL'ERAS


In un certo modo, anche l’ERAS, come l’ECLS, ha i suoi “fantasmi”. I fantasmi dell’ECLS erano tali perché si riferivano a borghi riguardo ai quali, essendo stati pianificati, qualcuno pensava che esistessero, pur non avendoli mai visti. E ne esistevano, comunque, i progetti.

Chiaramente, lo stesso concetto non può essere applicabile all’ERAS. Non ci sono borghi ERAS che si pensava dovessero esistere. e che invece non sono mai stati costruiti (tranne, forse, almeno per qualcuno, borgo Desisa).

E neanche ci si può basare sui progetti. Borghi ERAS mai realizzati di cui esistono i progetti ve ne sono molti, troppi, tanto che questi sono già stati divisi in gruppi e, per sommi capi, descritti. Non è possibile basarsi su questo criterio.

E d’altra parte, nemmeno è possibile fare riferimento alla carta dei borghi del 1956; se ogni “scheletro nell’armadio” ivi segnato avesse dovuto generare un fantasma, non basterebbero tutti i manieri scozzesi. Questa è comunque da considerare, almeno in parte, una battuta scherzosa. Come abbiamo visto, la pianificazione del 1956 era comunque in divenire; non solo la maggior parte dei borghi segnati non vennero costruiti, ma di contro ne vennero realizzati altri che non erano ivi previsti. E comunque, tra spostamenti di sede ed incertezza nella localizzazione dovuta alla bassa risoluzione della carta utilizzata, non ci sarebbe modo neanche di attribuire loro un nome.

Esisterebbe invero della documentazione a cui fare riferimento: è una mappa che riporta l’intestazione “E.R.A.S. terreni assegnati e borghi di servizio”, e che riporterebbe anche dei nomi; ma neanche questa può essere considerata un riferimento E’ affetta dalle stesse problematiche della carta dei borghi. Sebbene di poco posteriore alla mappa del 1956, tra le due vi sono delle incongruenze che ne rendono i contenuti altrettanto inattendibili. Un esempio per tutti: mentre la pianificazione di un borgo in contrada Navurra è riportato in ambedue le mappe (come borgo “C” su quella del 1956), e sono evidenziate le aree di riforma che esso avrebbe dovuto servire, viene menzionato un borgo in contrada Draffù che non ha un corrispettivo nella mappa del 1956, e neppure esiste. Eppure, le aree dei piani di ripartizione sono comunque riportate




Vorrei così menzionare qui qualcosa di più consistente di sfuggenti marcature su carte a grandissima scala. Qualcosa di realmente ed inequivocabilmente identificabile, con un nome, una sede e magari un progettista; ma che non ha avuto un seguito.

E desidero iniziare riprendendo quanto accennato all’inizio della breve descrizione di Polizzello e delle sue vicende; nel relativo post, tali cenni risultano probabilmente abbastanza criptici, e vorrei così cogliere l’occasione per essere un po’ più chiaro.

Come ribadito in diverse occasioni, l’ESA nel 2003 decise di recuperare i propri archivi, di grande valore tecnico e storico; per condurre una tale operazione, almeno approssimativa, si rivolse alla Soprintendenza Archivistica per la Sicilia.

Devo dire sinceramente di non avere idea delle esatte modalità pratiche con le quali tale encomiabile iniziativa fu condotta; in particolare, non so esattamente né come, né da chi, coloro che materialmente portarono a termine i recupero fossero assistiti.

So, perché mi è stato descritto, che la documentazione giaceva accatastata, e parzialmente danneggiata, presso i locali di Borgo Portella della Croce; devo però supporre che se neanche adesso vi è certezza su quanti borghi fossero stato pianificati, e quali anche progettati, a maggior ragione l’incertezza dovesse essere massima allora. In pratica, coloro che riordinarono l’archivio non avevano idea di cosa, esattamente, l’archivio dovesse originariamente contenere. E’ verosimile che un’idea se la siano fatta “strada facendo”, un po’ leggendo il contenuto dei documenti, ed un po’ instradati da chi aveva una conoscenza, seppur vaga, di ciò che i borghi sarebbero stati, o sarebbero dovuti essere.

Il lavoro (deve comunque essere stato un lavoraccio) patì quindi qualche imperfezione: qualche denominazione errata o imprecisa, qualche fascicolo rimasto fuori elenco, qualche documento inserito nel fascicolo errato; tutto sommato, cose di ben poca importanza di fronte al risultato conseguito, e che si sarebbero potute rimediare con il tempo.

Per i borghi realmente costruiti, inoltre, esistevano tracce anche in vari uffici dell’Ente; nella sede palermitana di via Libertà vi è una serie di fascicoli che contiene essenzialmente i documenti di tipo amministrativo, relativi a finanziamenti, gestioni, richieste di utilizzo, nonché le copie degli atti di cessione formalizzati in base all’applicazione della legge 890. Ovviamente, nessun fascicolo di tale tipo può esistere per un borgo che, quand’anche progettato, non sia mai stato costruito; quindi, per ogni borgo con una storia di gestione amministrativa dovrebbe esistere un corrispettivo nell’archivio “tecnico”, ma non viceversa. E’ possibile (lo è senz’altro, come abbiamo visto) che esista una documentazione tecnica relativa ad un borgo che non verrà poi realizzato; ma non è possibile che esista una documentazione gestionale di un borgo che non sia mai stato neanche progettato.

Così, almeno, starebbero le cose in teoria; ma in pratica esiste un’eccezione a questa regola dalla logica ferrea. Questa eccezione è Polizzello.

Come abbiamo visto qui, il feudo Polizzello, comprensivo di borgo rurale, fu acquistato dall’ERAS nel 1952; e considerata la tormentata storia dell’acquisto e della gestione, l’esistenza di fascicoli amministrativi abbastanza “nutriti” è ciò che ci si aspetta. Ma qui il corrispettivo tecnico manca; il borgo rurale non è stato progettato né dall’ERAS né dai suoi predecessori. Il progetto è del diciannovesimo secolo. Nessuna documentazione tecnica può esistere presso l’ESA; la pianta del centro si trova presso il comune di Mussomeli. Ma per avere consapevolezza di ciò è necessario conoscere per sommi capi la storia di Polizzello, sapere cosa sia Polizzello; in assenza di tale conoscenza, aspettarsi l’esistenza di elaborati tecnici relativi ad un “borgo Polizzello” sarebbe normale.

Il fatto che le motivazioni siano proprio queste, Lettore, è un’illazione personale; sta di fatto però che si è ritenuto di individuare una documentazione tecnica relativa ad un “borgo Polizzello” nella corografia che riporta le aree di riforma dei piani di ripartizione 404, 384 e 287 nel territorio di Gangi.




Come abbiamo visto precedentemente, le aree di riforma agraria a metà degli anni Cinquanta sembravano avere contorni proteiformi, erano in divenire.

In una seconda corografia, i contorni delle aree sono lievemente diversi, e fa la sua comparsa il tracciato di una strada. La strada, tra l’altro appare collegare due borghi, uno in contrada Menta e l’altro in contrada Ficilino




nei pressi della “masseria Polizzello”




Se tali borghi non sono stati inseriti nel secondo gruppo dell’ultima fase è perché contrariamente a quanto accaduto per essi, la strada non è mai stata realizzata. Non esiste. Ed inoltre, i borghi del secondo gruppo del’ultima fase erano definiti; la loro pianificazione era, in un certo modo, già stata codificata. Dei borghi segnati sulla corografia, invece, non si sa praticamente nulla all’infuori della posizione; essi, però, come già visto per diverse altre zone in cui le aree di RA erano particolarmente estese, facevano parte di un “sistema”: quello che avrebbe fatto capo a Casalgiordano.



CASALGIORDANO

Sulla mappa dei borghi del 1956 le aree di RA corrispondenti ai piani di ripartizione 404, 384 e 287 risultano ben visibili




Sono riportati anche i due borghi in contrada Menta e Ficilino, e dai raggi di influenza si desume che sarebbero stati due borghi “C”. Le aree interessate sarebbero state confinanti con quelle dei PR 258 e 284 (ambedue espropriate alla ditta Mocciaro Gioachino), e tutte accomunate dal fatto di essere servite da un’imponente rete stradale in progettazione. Il borgo “B” al confine tra il PR 404 ed il 284 sarebbe stato per l’appunto “borgo Casalgiordano”




L’incarico della progettazione di Casalgiordano venne conferito all’ing. Giovanni Barresi; la composizione del borgo “B”si sarebbe fedelmente attenuta ai contenuti del DA 295 del 1 aprile 1953.

Avrebbe compreso ben otto edifici distinti: chiesa con canonica, scuola con alloggi per insegnanti, caserma carabinieri con ufficio postale e relativi alloggi, delegazione comunale con alloggio, ambulatorio medico con alloggi per l’ostetrica e l’infermiere, trattoria e rivendita con locanda comprensivi di stalla e forno, botteghe artigiane con relativi alloggi, e palazzina alloggi per gli addetti ai servizi.

In una comunicazione dei Servizi di Ingegneria al Servizio Edilizia ed al Servizio Amministrativo lavori si legge testualmente: “Per quanto riguarda invece l’approvvigionamento idrico, si fa presente che nella zona di cui trattasi non vi sono sorgenti da utilizzare.-

Per detta zona […] è in corso di studio da parte del Servizio Acquedotti la utilizzazione di un gruppo di sorgenti, in località Savochella

[…]

Poiché detto studio potrebbe anche avere esito negativo, al fine di evitare che il borgo una volta progettato non venga costruito, questo Servizio propone di affidare all’Ing. Barresi, in luogo della progettazione di cui sopra, l’incarico di progettare un borgo rurale di tipo C da sorgere in località Rossella, territorio di Piana degli Albanesi-prov. di Palermo…”

Sulle prime, non risulta immediatamente comprensibile come il fatto di affidare degli altri progetti all’ing. Barresi riesca ad “evitare che il borgo una volta progettato non venga costruito”; ma forse l’espressione è da intendersi nel senso “al fine di evitare di far progettare all’ing. Barresi qualcosa che poi non verrebbe costruita, si potrebbe affidargli qualcos’altro, per la quale le possibilità di realizzazione siano più consistenti”. Se così è, appare evidente che esistesse qualche motivo per il quale l’ing. Barresi dovesse assolutamente progettare qualcosa per l’Ente.

Ma la faccenda ancora più strana è che la proposta del servizio di affidare all’ing. Barresi qualcosa di diverso è datata 15 settembre 1955, mentre la lettera di incarico per Casalgiordano reca la data del 7 ottobre dello stesso anno. Sembrerebbe quindi potersi arguire che lo studio del Servizio Acquedotti fosse andato a buon fine, se veniva affidato all’ing. Barresi la progettazione di Casalgiordano. In realtà, questa




è la risposta del servizio. Anche qui, le incongruenze riguardo alle date sono notevoli: la risposta è datata “6 settembre 1957” con il “6” corretto manualmente in “5”, ma è protocollata in data “5 settembre 1956”. Certo, potrebbe essere una svista; ma rimane il fatto che viene in pratica opposto un rifiuto a rendere noti i risultati dello studio del Servizio Acquedotti.

Il dato di fatto è che, alla fine, nessun borgo esiste a Casalgiordano, così come non esistono gli altri due in contrada Menta e Ficilino; e non esistono le strade. E borgo Rossella?



ROSSELLA

Sarebbe stato un borgo ”C” a servizio dei PR 60 e 162. E’ comunque riportato sulla mappa dei borghi del 1956; si sarebbe trovato a breve distanza, in linea d’aria, dall’insediamento di case cantoniere di Portella Sant’Agata, di cui si parla qui




Neanche borgo Rossella esiste; eppure il calcolo del compenso da corrispondere all’ing. Barresi era già stato eseguito. Ed in calce è apposta la data del 13 settembre 1955, poi corretta a mano in “14/9/55”; quindi antecedente alla lettera di incarico di Casalgiordano, ed anche, precedente di un giorno, la relazione nella quale si suggeriva di affidare l’incarico di borgo Rossella all’ingegnere. Quindi, era tutto preordinato. Casalgiordano non sarebbe mai nato. E l’ing. Barresi, il quale doveva necessariamente progettare qualcosa per l’Ente, si sarebbe “accontentato” di Rossella, per il quale l’onorario sarebbe stato di £ 546480. O forse no.



BORGO VICARETTO

Probabilmente, Lettore, se hai dato uno sguardo al post precedente, questa ti sembrerà una svista. Non lo è. Nel riportare, più sopra, quanto scritto nella relazione relativa alla costruzione di Casalgiordano, alla fine rimangono i puntini di sospensione:

…questo Servizio propone di affidare all’Ing. Barresi, in luogo della progettazione di cui sopra, l’incarico di progettare un borgo rurale di tipo C da sorgere in località Rossella, territorio di Piana degli Albanesi-prov. di Palermo…”

ma la relazione continua così

“… ed un borgo rurale di tipo C (sola Scuola) da sorgere in località Vicaretto-territorio di Castellana Sicula-prov. di Palermo, che ricadono in una zona dove il problema dell’approvvigionamento idrico è di più facile soluzione”.

Ma come abbiamo visto, nonostante tutti gli sforzi tesi ad assicurare all’ing. Barresi una facile progettazione, scevra dalle problematiche relate all’approvvigionamento idrico, il progetto della scuola di Vicaretto risulterà firmato dall’ing. Panico. Ed alla fine, non sarà neanche quello a venire realizzato



SAN PIETRO

Così come Casalgiordano avrebbe fatto parte di un sistema complesso, lo stesso è per San Pietro, che abbiamo già incontrato a proposito di Tenutella Desusino.

Originariamente, quando Tenutella Desusuino era ancora in progettazione, il sistema di cui avrebbe costituito il cardine sarebbe stato di minori dimensioni; ciò era in relazione al fatto che le aree di riforma agraria interessati dai piani di ripartizione erano di minori estensioni, prevedendo in tutto 482 lotti, anziché 678 (come sarebbe stato più tardi). Pertanto, i borghi da realizzare a carico dell’ERAS sarebbero stati quattro: un borgo “A”, un borgo “B” e due borghi “C”. Il borgo “A” sarebbe stato Tenutella Desusino, il borgo “B”, per l’appunto, San Pietro, ed i due borghi “C”, Gurgazzi ed un borgo presso le case Milingiana




La situazione originaria sarebbe quindi stata questa




Qui siamo a cavallo tra gli anni 1953 e 1954; oltre due anni più tardi, la mappa dei borghi riporterà una situazione intermedia tra essa e la successiva, che prevedeva due scuole, una in contrada Quattro Finaite, l’altra presso le “Case Saele”




nella mappa dei borghi si vede ancora il borgo di Milingiana, ma è già presente la scuola di “Case Saele”




Come abbiamo visto, nessuna di queste strutture verrà mai realizzata, con l’eccezione di Gurgazzi; ed anche per esso, è improbabile che il progetto poi realizzato, firmato da Bonaccorso e basato sugli edifici “standard” progettati alla fine degli anni Cinquanta, possa rispecchiare le intenzioni progettuali originali.

Se qui viene menzionato borgo San Pietro è perché, applicando il principio enunciato all’inizio, nel caso di San Pietro ci si spinse più avanti, fino ad individuarne con esattezza l’ubicazione, che sarebbe stata qui




e a stilare un rapporto geologico sulle condizioni del terreno e le possibilità di approvvigionamento idrico




ed un piano di ripartizione




Nondimeno, come visto precedentemente, San Pietro seguirà le sorti di Milingiana, e dell’intero sistema di Desusino. Comunque, il fatto che il depennamento di San Pietro e di Milingiana sia stato conseguente alle variazioni intercorse nella pianificazione dei borghi del Consorzio rimane, più che un’ipotesi, un’illazione. Probabilmente spesso erano cause molto più banali a provocare alterazioni radicali nella pianificazione, e cancellazioni. Come nel caso di “Case Scirino”



CASE SCIRINO

Anche il borgo C in località “Case Scirino” era previsto nella mappa del 1956




E lo era anche nella mappa relativa ai terreni assegnati ed i corrispondenti borghi di servizio; il che vuol dire che era stato pianificato, i terreni erano stati espropriati, i fondi ripartiti (PR 25 e 136) ed i lotti assegnati. Mancava solo il borgo, che sarebbe stato quindi utile; o avrebbe dovuto esserlo, viste le finalità di tali centri di servizio. Allora, quale fu l’impedimento? Semplicemente la mancata consegna degli elaborati da parte del progettista.

I progetti di borgo e strada di accesso erano stati commissionati ad un ingegnere romano, Virgilio Nurchis. Esso non consegnò le tavole di progetto nei tempi richiesti. Ciò fu sufficiente a privare i lotti compresi nei PR 136 e 25 dei relativi servizi. E se bastò così poco, essi non dovevano essere poi così necessari.

L’impressione che globalmente si ricava da tali vicende è che tutto fosse asservito a logiche che poco o nulla avevano a che vedere con la Riforma Agraria. E ciò risulta ancora più evidente nel caso di Borgo Cutò.

Che è poi il motivo principale per il quale questo post è stato scritto.



Borgo Cutò

Il 12 luglio del 1957, l’Assessorato Agricoltura e Foreste inviava una nota all’ERAS chiedendo di realizzare un borgo rurale in contrada Cutò, nel territorio del comune di Cesarò. Il 3 agosto successivo, prima che l’ERAS avesse preparato qualunque tipo di risposta, l’Assessorato “integrava” la nota con un’ulteriore richiesta, relativa all’esproprio “…di una vasta zona da destinare provvisoriamente a piazza del centro rurale e sulla quale verrà esaminata la possibilità di costruire alcuni alloggi da parte dell’Assessorato Lavori Pubblici”, ed esortando l’Ente a prendere contatti con il sindaco di Cesarò




Di fatto, contrada Cutò si trovava a più di dieci km, in linea d’aria, dal piano di ripartizione più prossimo, il 447; e questo non solo sarebbe stato comunque compreso all’interno del raggio di influenza di Borgo Giuliano, ma per esso era anche stato previsto un borgo “C”, proprio all’interno dell’area di riforma




Sebbene una tale richiesta, e posta in questi termini, fosse quindi assolutamente al di fuori dei normali canali procedurali così come dei limiti imposti dalla normativa, l’Ente si fece comunque parte diligente inviando sollecitamente un proprio tecnico ad eseguire un sopralluogo. In data 28 agosto, a meno di quattro settimane dalla seconda “nota assessoriale”, l’ing. Panzera si recava in loco, accompagnato dal sindaco di Cesarò, come raccomandato dall’assessore.

E nel novembre successivo, l’ing. Panico, responsabile della sezione borghi dell’ufficio tecnico di riforma agraria, provvedeva a redigere una relazione concernente i risultati del sopralluogo di Panzera. In essa dopo aver premesso come contrada Cutò si trovasse distante da qualunque area di RA, l’ingegnere identificava la zona nella quale si sarebbe potuto costruire il borgo “contemplando future possibilità di ampliamento”. Sottolineava quindi come, in termini economici, l’ostacolo maggiore alla costruzione fosse rappresentato dai costi da sostenere per la realizzazione della relativa strada d’accesso. Concludeva infine come si fosse potuto constatare la presenza “di circa 100 famiglie di pastori (500 persone in tutto) che vivevano accampati in miseri pagliai in condizioni civili disumane” ritenendo pertanto che fosse comunque opportuno “operare in dette zone con apposite opere di bonifica”. La relazione fu trasmessa con qualche modifica all’Assessorato dal Direttore Generale dell’Ente nel gennaio successivo; le “apposite opere di bonifica” erano divenute “i servizi pubblici richiesti”, e nella conclusione veniva precisato come fosse opportuno che l’Assessorato stanziasse i fondi per una tale realizzazione.

Non è chiaro, dalla lettura della nota assessoriale del 3 agosto, quali fossero le motivazioni ufficiali di tale richiesta, e neanche ho avuto modo di prendere visione della nota originale del 12 luglio; ma dai contenuti della relazione che il capo dell’ufficio tecnico RA – Sezione Borghi stilò per il direttore generale, al fine di consentirgli di fornire una risposta all’assessorato, sarebbe possibile dedurre che esse consistessero proprio nelle condizioni di vita della popolazione stanziale (le “500 persone” menzionate nella relazione). In altri termini, sarebbero state “prese a cuore” le sorti della povera gente che popolava la zona.

Appare quantomeno inusuale che l’assessore, che firma personalmente le comunicazioni, ad un tratto, a metà degli anni Cinquanta, consideri in maniera particolare una comunità di pastori dell’entroterra; e ciò  quando la Sicilia era piena di rurali che vivevano in questo modo, come abbiamo visto bene nel post su Tudia. E pare ancora più strano che venissero presi in considerazione proprio quelli di contrada Cutò, considerato che nelle immediate vicinanze (Case Cuppani, meno di 1500 metri in linea d’aria) vi erano altre comunità che dimoravano in pagghiari




E comunque le analogie con Tudia non si limitano ai pagghiari; anche lì vi furono “richieste” da parte dell’Assessorato, che in realtà miravano a far realizzare l’impianto elettrico per la masseria dei Di Salvo. A cosa miravano le richieste relative a Cutò?

Perché, Lettore, esattamente come era accaduto per Tudia, le “richieste” dell’assessorato avevano un significato sottile. L’articolo 2 della legge 104 (“Organi della riforma”) dice infatti testualmente:

All'attuazione della riforma agraria sovrintende l'Assessorato dell'agricoltura e delle foreste, presso il quale è istituito un ufficio regionale per la riforma avente il compito di indirizzare, vigilare e coordinare l'attività degli enti ed organi preposti alla esecuzione della presente legge, anche a mezzo dell'ispettorato agrario compartimentale, che assume la denominazione di ispettorato agrario regionale.

Nei casi espressamente previsti, l'Assessorato si avvale dell'Ente di colonizzazione del latifondo siciliano, che assume la denominazione di Ente per la riforma agraria in Sicilia, e dei consorzi di bonifica.

Al riordinamento dell'Ente per la riforma agraria in Sicilia e dei consorzi di bonifica sarà provveduto con decreto del Presidente della Regione, su proposta dell'Assessore per l'agricoltura e le foreste, di concerto con quello per le finanze, previa deliberazione della Giunta.”

Nell’articolo di legge vengono espressi due concetti fondamentali. Il primo è che l’ERAS costituiva un “organo della riforma”, cioè la conversione da ECLS ad ERAS era avvenuta espressamente per attuare la riforma agraria. Il secondo è che l’ERAS era alle dirette dipendenze dell’Assessorato, esattamente come l’ECLS lo era stato nei confronti del Ministero.

In pratica, l’assessorato, in posizione gerarchica superiore all’ERAS, stava chiedendo all’Ente di compiere qualcosa che travalicava i limiti imposti dalla legge 104: usare le risorse, economiche ed istituzionali, esplicitamente destinate alla riforma agraria per finalità che con la riforma non avevano nulla a che vedere. Non è un caso che le richieste, sia nel caso di Tudia, sia in quello di Cutò, fossero state firmate direttamente dall’assessore, e non dall’ispettorato agrario regionale.

Questo, Lettore, succede tutt’oggi nella pubblica amministrazione, specialmente al Sud. Chi si trova in posizione gerarchica preminente chiede a chi “sta sotto” di fare qualcosa che non dovrebbe; spesso, chi si trova in posizione subordinata, o nella speranza di guadagnare privilegi, o nel timore di ritorsioni, aderisce. Ed in quel momento, si assume la responsabilità dell’azione. Infatti la richiesta del superiore, posta in questi termini (nel caso di Cutò neanche esplicita – era una “nota assessoriale”) formalmente non costituisce un “ordine”; di conseguenza, l’azione pratica diviene “iniziativa” del sottoposto, anche se nella realtà egli sta eseguendo un ordine posto velatamente. Ed… ecco! La responsabilità dell’accaduto è passata dall’ideatore all’esecutore.

Lo stesso era avvenuto nel caso di Tudia, in cui l’Ente aveva avuto qualche difficoltà a sottrarsi alle pressioni dell’assessorato; alla fine il borgo lo costruirono i Di Salvo, ma l’ERAS approntò comunque progetti, eseguì sopralluoghi, etc.

Qui il comportamento dell’ERAS, forse anche avvalendosi della passata esperienza, fu diplomaticamente elegante, tatticamente impeccabile e legalmente irreprensibile.

In pratica, l’Ente si dichiarava disponibile a fornire un supporto tecnico, per quanto non di sua pertinenza, ma il supporto economico sarebbe dovuto venire dall’Assessorato, e non dai fondi stanziati per la riforma agraria. E puntava il suo diniego soprattutto sui costi della strada, nonostante l’ERAS, sebbene più restia a costruire borghi, sembrasse di contro generalmente proclive a costruire strade. Se, come vedremo in un prossimo post, “le vie del Signore sono infinite”, neanche le strade dell’ERAS scherzano; ne costruì per tutto e per tutti, anche per i proprietari della masseria Chiusa. Quindi, come si vedrà più avanti, le difficoltà relative alla strada potevano anche essere una “comoda scusa”.

Trascorse un anno, durante il quale l’Ente venne commissariato. Probabilmente per tale motivo l’Assessorato dovette tornare alla carica, ritenendo forse che con il cambiamento dell’interlocutore al vertice il dialogo avrebbe potuto sortire effetti diversi. Ma l’ing. Panico trasmise al Commissario Straordinario, nel marzo del 1959, una relazione assolutamente sovrapponibile alla precedente, che nella conclusione afferma “ l’On Assessorato avrebbe dovuto inoltre provvedere all’esecuzione di dette opere con apposito stanziamento in quanto la zona non era compresa tra quelle interessate dalla Riforma Agraria”.

La formula finale sembrava non lasciare spazio a repliche, e di Borgo Cutò all’Eras non si parlò più; ma quale poteva essere il reale interesse degli assessorati (Agricoltura e Foreste e Lavori Pubblici) in una simile realizzazione?

Al fatto che qualcuno avesse preso a cuore le sorti dei poveri pastori, di quei poveri pastori, personalmente non credo. E non dovresti crederci neanche Tu, Lettore, ma non perché lo dica io. Nella zona (così come in altre) i pagghiari erano sì ben presenti; si vedono persino sulle carte IGM, dove sono indicati con il simbolo di un cerchio barrato (un rettangolo barrato indica invece “baraccamenti”).




Ed i rilievi della più recente cartografia IGM risalgono ai primi anni Settanta, una quindicina d’anni dopo gli eventi narrati; se si fosse voluto migliorare le condizioni dei poveri pastori, si sarebbe comunque fatto. Le basi di pietra dei pagghiari sono invece visibili ancora oggi persino sulle foto satellitari di GoogleEarth




Ma altre informazioni possono essere desunte dalla topografia IGM.

L’ing. Panzera aveva individuato “…a q. 1010 m. apposita zona dove ubicare il borgo contemplando future possibilità di ampliamento.”. Ora, Lettore, la quota 1010 è chiaramente marcata sulle carte IGM, in corrispondenza di un rialzo del terreno. Ivi, le carte IGM riportano la presenza di una costruzione, relativamente grande, comprendente anche qualche struttura attinente al culto (vi è la croce); è strano che l’ing. Panzera non ne faccia menzione. La costruzione è indicata come “S. Lucia” sulla cartografia IGM odierna, e come “Casa S. Lucia” su quella precedente; per la gente del luogo è “Case Santa Lucia”




Attualmente la costruzione è ridotta ad un rudere




ma già nelle foto aeree di venticinque anni fa le condizioni non appaiono altrettanto cattive, con solo qualche danno alle coperture




E di gran lunga migliori dovevano essere nel 1957; la gente del luogo riferisce infatti come nella struttura trovasse posto, oltre che una chiesa, anche l’aula di una scuola rurale.

In pratica, nella zona esisteva già una struttura che, all’infuori della presenza di un ambulatorio medico, espletava le funzioni di un borgo “C”, ubicata esattamente nel luogo individuato come ideale per la costruzione del borgo.

Ma non solo.

L’assessorato invita l’ERAS a realizzare un centro rurale che,come tale, sarebbe stato comprensivo di piazza (era proprio nella piazza che si materializzava il concetto di “borgo” inteso come centro rurale, già dai tempi dell’Istituto VEIII per la bonifica della Sicilia), ma subito dopo chiede di espropriare un’area per realizzare una piazza.

In realtà l’assessore non sta chiedendo la costruzione di un borgo; che peraltro è come sia già in parte esistente. L’assessore sta chiedendo di espropriare un’area per costruirvi.

Ma vi è ancora di più; molto di più.

Questa è la zona adiacente alle case S. Lucia sulla cartografia IGM odierna. Si vede un piazzale delimitato da un muro di contenimento, ed una serie di costruzioni sul piazzale




Queste, Lettore, sono le venticinque casette costruite dall’assessorato LL.PP. Vennero costruite dopo gli eventi narrati sopra, quando ormai la contrada si era quasi completamente spopolata; per usare l’espressione di un pastore del luogo “ficiru i’ casi quanno tutti si ‘nnavìano iutu” (“costruirono le case quando tutti erano ormai andati via da qui”). E per fare case e muro, anche una strada d’accesso dovette venire realizzata; verosimilmente la strada percorsa da Superdavidone© e me per raggiungere il luogo. L’ostacolo maggiore posto dall’ERAS, e cioè la strada, sarebbe stato comunque aggirato, in seguito, dall’assessorato Lavori Pubblici.

Le testimonianze raccolte sul luogo descrivono le venticinque case come prefabbricati in legno, con pareti esterne a camera d’aria, e fornetto esterno, anch’esso prefabbricato. Solo le fondazioni erano in cemento armato, come d’altra parte avviene per tutti i prefabbricati.

Come accennato sopra, non furono mai abitate; una di esse, al margine Nord del piazzale, ospitò per qualche tempo l’aula scolastica che originariamente aveva sede nelle case S. Lucia.

In assenza di manutenzione, le strutture in elevazione si deteriorarono velocemente.

E neanche la funzione del muro di contenimento appare immediatamente chiara. Che sia un muro di contenimento si deduce dalla simbologia IGM; ma attualmente ha più l’aspetto di un muretto a secco, con funzioni di delimitazione.




Ed inoltre è posto più a SudEst del bordo del terrapieno che costituiva il piazzale; non costituisce il muro di sottoscarpa del piazzale




Probabilmente, Lettore, ti starai chiedendo come mai nessuna struttura riferibile alla presenza delle casette sia visibile nella fotografia del piazzale; magari, starai anche pensando che ti stia prendendo in giro. Ma non è così; in effetti, all’infuori dei resti di uno dei fornetti, completamente nascosto dagli arbusti, nessun’altra struttura è visibile.

Tra il 1989 ed il 1990 tonnellate di materiale di risulta vennero scaricate nel piazzale per occultare irreversibilmente e definitivamente tutto ciò che rimaneva dell’operazione “borgo Cutò”; questa




è una foto aerea che documenta l’accaduto, mentre questo era l'aspetto del sito



prima che le costruzioni venissero sepolte

Ed a questo punto, Lettore, probabilmente starai anche chiedendoti quali possano essere state le recondite motivazioni di tale assurdità.

Me lo sono chiesto anch’io, per tanto tempo; ma la mia, per quanto irrefrenabile dietrologia,non è stata in grado di trovarne alcuna che fosse veramente soddisfacente. Ho potuto individuare un solo elemento che accomunasse strane richieste di tipo politico-gestionale, la necessità di mascherare l’accaduto, e Contrada Cutò: è la struttura lineare che si vede nell’immagine




Questo, Lettore, è il canale di gronda del secondo ramo del viadotto Ancipa, l’“Ancipa nuovo”, i cui lavori vennero bloccati alla fine degli anni Ottanta. E per la precisione questi sono i lavori relativi al famigerato “secondo lotto”, i cui lavori iniziarono senza preventiva autorizzazione, sostenendo (falsamente) che essi fossero propedeutici alle altre realizzazioni ed asserendo (falsamente) che essi non avrebbero interessato il Parco dei Nebrodi.




La diga Ancipa venne realizzata tra il 1949 ed il 1952 dall’impresa Lodigiani; è tristemente nota anche perché al sua costruzione, all’inizio, venne funestata da un incidente sul lavoro che costò la vita a 13 operai, di cui ben dieci periti nel disperato tentativo di salvare i compagni




Il bacino era principalmente destinato alla produzione di energia elettrica; le acque rilasciate dopo il salto sarebbero state destinate ad uso irriguo, essenzialmente (ma non solo) da parte del Consorzio di Bonifica della Piana di Catania. Anche gli usi a fini potabili erano previsti; sebbene senza titolo concessorio, le acque dell’invaso fornivano, nel 1969, ventiquattro comuni della provincia di Enna. L’impianto di distribuzione dell’EAS ultimato nel 1970 nel 1971 convogliava quasi due milioni di metri cubi d’acqua.

Uno dei problemi dal quale è stato sempre congenitamente affetto il sistema dell’Ancipa è legato alla adduzione delle acque. Inizialmente, il lago artificiale era stato creato sbarrando il torrente Troina, ma già nel progetto originario erano previsti altri sistemi di adduzione, come, ad esempio, quello che avrebbe captato le acque dei torrenti Schicciomira, Cicogna, Bracalla, Finocchio, Tusa e S. Elia




e che venne poi realizzato, con canale di gronda che decorre in galleria




Un secondo ramo venne ufficialmente progettato nel 1979 (“Ancipa nuovo”); esso avrebbe dovuto captare le acque dei torrenti Cutò, Martello e Saracena, prima che essi confluissero nel Simeto, e convogliarle tramite un doppio canale di gronda, che si sarebbe sviluppato in piccola parte in galleria, ma in massima parte sospeso su piloni.

Due anni più tardi i lavori di costruzione, suddivisi in tre lotti separati, vennero appaltati all’impresa Lodigiani-Cogei; in pratica, la medesima impresa che aveva curato la realizzazione di strutture ed impianti già dall’inizio. I lavori vennero sospesi nel 1989, e diverse persone rinviate a giudizio per una serie di illeciti e di reati, che spaziavano dalla corruzione al finanziamento illecito dei partiti.

Ciò che riguardò il secondo lotto, in particolare, sembra essere quello per cui chiunque sia stato coinvolto in questa vicenda sia riuscito a mostrare il peggio di sé.

Tuttavia, l’ideazione del progetto del 1979 non è contemporanea ad esso; risale a più di venti anni prima. La captazione dei summenzionati torrenti venne progettata una prima volta (progetto relativo alla c.d. “Traversa Martello”), guarda caso nel 1957, dall’ESE (Ente Siciliano Elettricità, poi confluito nell’ENEL), ed il progetto riceveva l'approvazione del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici nella seduta del 17 gennaio dell’anno successivo. Ci troviamo quindi in perfetta contemporaneità con le richieste che l’Assessorato avanzava all’ERAS.

Non sono però stato in grado di comprendere il meccanismo attraverso il quale la realizzazione di borgo Cutò avrebbe potuto influire, positivamente o negativamente, sulle vicende relative a quella che era stata la “Traversa Martello” alla fine degli anni Cinquanta, e che diveniva “Ancipa nuovo” negli anni Ottanta.

Da come si sono svolti gli eventi, resta comunque fuor di dubbio che l’esistenza di una sorta di “paesino” in contrada Cutò sarebbe stata funzionale alle operazioni che erano state pianificate; per qualche motivo, l'esistenza di una zona urbanizzata nell'area era necessaria. Infatti, in seguito all’elegante diniego dell’ERAS l’assessorato non insistette ulteriormente, ma l’(inutile) operazione relativa a borgo Cutò venne comunque condotta a termine. Probabilmente anziché tentare di coinvolgere ancora l’ERAS, preferirono sbrigarsela da soli, nel più totale silenzio, evitando di mettere a conoscenza di troppe persone la loro iniziativa.

Poi, quando “borgo Cutò” non servì più, e lo scopo era stato raggiunto, si affrettarono a fare sparire le tracce fisiche dell’operazione. Furono sempre i mezzi della ditta Lodigiani a seppellire il piazzale di borgo Cutò con materiale di risulta. Certo, magari il problema relativo a venticinque casette era ben poca cosa rispetto ai contenuti della pentola scoperchiata dalle indagini sui tre lotti dell’Ancipa; ma non riesco a pensare ad alcun altro motivo per far giungere tonnellate di terra sul posto e riversarle con estrema precisione e soltanto nel luogo esatto in cui c’erano i resti delle casette, se non l’intento preciso di occultarli.

Vale la pena di sottolineare che la foto aerea è stata ripresa quando i lavori erano già stati sospesi; pertanto, l’operazione avvenne o a cantiere già chiuso, o in prossimità della chiusura.

Ma forse, Lettore, la cosa che ti sembrerà davvero inverosimile è che questa storia non fosse conosciuta da nessuno; da una parte ciò è sicuramente attribuibile all’estremo riserbo mantenuto dagli assessorati sulle loro iniziative.

Ma d’altra parte è così anche perché le varie parti nel tempo coinvolte ne conoscono solo aspetti parziali, ma nessuno considera la vicenda nella sua globalità. L’ESA è a conoscenza dei rapporti intercorsi tra ente e assessorato, la magistratura dei fatti relativi all’appalto dell’acquedotto, la gente del luogo ricorda bene l’esistenza delle casette, ma la sintesi degli eventi non è mai avvenuta.

Si è parlato e si continua a parlare dell’impatto ambientale che la vicenda ha avuto sul Parco, ma nessuno si è dato la pena di effettuare ricerche o sopralluoghi. Nel “Piano di Gestione Monti Nebrodi – Carta delle presenze di insediamenti e infrastrutture” le casette di borgo Cutò sono genericamente marcate come “insediamenti” e considerate esistenti, così come è riportata la presenza dell’edificio di S. Lucia




questo perché la loro esistenza è semplicemente stata desunta dalla carta IGM, che ancora riporta la presenza delle costruzioni. E basta. Nessun riscontro reale è stato ricercato; nessuna verifica mai avvenuta. Così, nessuno sa.

Ma tu Lettore, adesso sai. Come so io




E come sa anche Superdavidone©. L’escursione a “borgo Cutò” è stata condotta insieme; e così desidero qui ringraziarlo per questo. La sua compagnia è stata, per me, un dono. Grazie, Davide!