domenica 8 marzo 2015

LA VIA DEI BORGHI.36: La settima fase dei borghi rurali siciliani. L'EREDITA' DELL'ECLS: i borghi di servizio



L'eredità dell'ECLS


Se tu, Lettore, dovessi aver letto l’intera serie dei post sui borghi ti saresti fatto un’idea (se già non l’avevi, beninteso) riguardo a quale sia stato, grosso modo, l’evoluzione degli eventi concernenti la ruralità siciliana, le norme che l’hanno regolata, le iniziative che sono state intraprese, e le conseguenze di esse fino alla metà del Ventesimo secolo. Cerco di sintetizzare qui quale sia stata tale evoluzione, dalle origini fino al secondo dopoguerra.

Nel primo millennio d.C. la Sicilia visse un’alternanza di vicende storiche che condussero prima alla creazione del latifondo, il latifundum romano, poi al suo smembramento, ed infine ad una sua ricostituzione ad opera dei Normanni.
Le conseguenze del feudalesimo normanno esitarono in una situazione sociale di tipo dicotomico, con due classi sociali contrapposte, di cui una costituita da un’oligarchia che possedeva tutto, e l’altra costituita dal popolo, che non aveva niente. L’esigua nobiltà conduceva un’esistenza sfarzosa gravando sulla moltitudine composta da povera gente. L’agricoltura di tipo estensivo praticata nei fondi era poco redditizia; era la vastità di questi ultimi, insieme al misero compenso corrisposto ai contadini, che consentiva all’oligarchia di prosperare, basandosi sull’entità numerica della popolazione sfruttata.
Tale situazione perdurò per quasi tutto il millennio successivo, immutabile, ed insensibile agli avvicendamenti del potere, dai Normanni ai Savoia; proprio questi ultimi governavano l’Italia quando Franchetti e Sonnino scrissero “La Sicilia nel 1876”, l’inchiesta che portò alla ribalta l’esistenza di una “questione meridionale”, ma che in realtà, nel meridione, riguardava essenzialmente la Sicilia.

Nella seconda metà del diciannovesimo secolo ebbero luogo i primi, isolati, episodi, nell’ambito dei quali i rurali cercarono di sollevarsi dalla loro miserabile condizione; ma essi vennero repressi duramente, affogandoli nel sangue.
Parallelamente, a cavallo tra i due secoli, altre e differenti iniziative furono condotte, e non limitate alla sola Sicilia; tra queste, vanno menzionate le “affittanze collettive”, nelle diverse caratterizzazioni con cui vennero espresse dalle organizzazioni cattoliche e da quelle socialiste.
Ma fu solo dopo la Prima Grande Guerra che ulteriori, diversi, progetti vennero intrapresi, a livello locale o centrale, allo scopo di modificare l’organizzazione rurale; essi ebbero pertanto un carattere più organico, ed applicazione a livello nazionale. La necessità di fornire uno sbocco lavorativo a coloro i quali avevano servito la Patria, e che si erano organizzati nell’Opera Nazionale Combattenti, infatti, pose i governi di fronte al problema dell’occupazione dei reduci, e l’agricoltura fu vista come una possibile soluzione. Il problema, e la sua soluzione, interessarono l’Italia intera ; ma in Sicilia ciò si scontrò, in un certo modo, con la millenaria situazione latifondistica.

Già tra le due guerre si considerò approfonditamente il problema relativo al latifondo siciliano con la stesura di leggi che cercassero di risolverlo puntando, in un modo o in un altro, alla sua frammentazione. Almeno due di queste furono proposte nel febbraio del 1920, “Provvedimenti per il frazionamento e la colonizzazione del latifondo siciliano”, presentata dall’on. Micheli, e “Riforma agraria per la Sicilia”, dell’on Giuffrida; queste vennero discusse in Parlamento il 24 marzo successivo.
In ambedue si possono riscontrare già gran parte degli elementi che si ritroveranno nelle riforme che verranno dopo, come l’esistenza di commissioni agrarie provinciali, o la divisione dei fondi in due categorie; ed ancora la creazione di un Ente per l’attuazione, l’Istituto Agricolo Siciliano, evidente antesignano dell’Istituto VEIII per la bonifica della Sicilia. Almeno uno dei motivi, se non il solo, che fecero arenare le leggi è da ricercare nella presenza, in Parlamento, di rappresentanti dei latifondisti, in particolare tra i popolari.

Così, nonostante la consapevolezza del problema e l’attività dell’ONC, la situazione siciliana restò quella di sempre: 750000 ettari di terreno posseduti da 780 individui. Il regime fascista, dopo diversi tentativi di modificare tale situazione, ma condotti in maniera poco organica e tentando di adattare alla Sicilia i provvedimenti presi su scala nazionale, incontrandosi prima e scontrandosi in seguito con i latifondisti, o almeno con alcuni, considerò il problema in maniera specifica; promulgò così delle leggi ad hoc, le quali tra l’altro, prevedevano la nascita di un nuovo ente, L’Ente per la Colonizzazione del Latifondo Siciliano, al quale era devoluta la realizzazione pratica delle nuove norme. Esse sarebbero state applicate nell’ambito di un piano di colonizzazione, che il regime propagandò come “assalto al latifondo”, fondato su presupposti sia tecnici, che derivavano da studi precedentemente condotti dall’Istituto Vittorio Emanuele III per la bonifica della Sicilia, sia urbanistici, teorizzati dall’architetto Edoardo Caracciolo.




Formalmente, la vita dell’Ente ebbe una durata di dieci anni, ma sostanzialmente questo operò per meno di quattro anni. Ciò che avvenne in soli quattro anni, in termini di pianificazione e, più in generale, di impostazione organizzativa, condizionò le scelte di politica agraria per gli anni a venire. L’ECLS, ente ministeriale, ufficialmente uscì di scena nel 1950, lasciando il posto all’ERAS, ente assessoriale; ma l’impostazione dell’ECLS continuò a venire seguita, nonostante tutto.

Sebbene l’operato dell’ECLS abbia in qualche modo condotto a dei risultati, il fatto che si sia seguita la strada già tracciata non è da considerare un fatto positivo.
L’agricoltura, in Sicilia così come negli altri luoghi del pianeta, è un’attività che fa parte del settore primario; come tale, oltre ad avere profonde implicazioni economiche e sociali, presenta principalmente caratterizzazioni di tipo produttivo, le quali possono evolvere in maniera relativamente disgiunta dalle implicazioni sociali. Negli anni Cinquanta la meccanizzazione in agricoltura ebbe una progressione rapidissima. Il processo era già iniziato prima della guerra, anche se probabilmente temporaneamente inibito da quest’ultima. L’uso di macchine a motore non solo implicava l’industrializzazione delle attività agricole ma anche, con i mezzi di trasporto motorizzati, la possibilità di spostamenti molto più agevoli e su distanze ben maggiori di quelle che potevano venire coperte, a piedi, solo una quindicina d’anni prima.
Ma nonostante questo progresso tecnologico, la riforma agraria in Sicilia non previde un incremento dell’estensione dei poderi assegnati, bensì una riduzione; mentre la pianificazione della costruzione dei borghi continuò secondo lo stesso criterio adottato prima, con i medesimi raggi di influenza, e servizi analoghi a quelli stabiliti in epoca ECLS, pensati in funzione di spostamenti effettuati prevalentemente a piedi.

La riduzione dell’estensione dei poderi, ed il mantenimento di raggi di influenza determinati in un periodo in cui le possibilità di spostamento erano di gran lunga inferiori non sono gli unici paradossi rilevabili nell’applicazione della riforma agraria del 1950. Il paradosso forse più grande, e sicuramente più interessante parlando di borghi, riguarda interpretazione ed applicazione della legge 890 dell’8 giugno 1942. Ciò è già stato sottolineato a proposito di Borgo Manganaro ma viene ribadito qui.



La legge nr 890 del 1942

La più discutibile forma di eredità che l'ERAS raccolse dall'ECLS è quella relativa alla legge 890. La legge 890, del 1942, tratta della "Sistemazione amministrativa dei centri rurali costruiti in attuazione della legge 2 gennaio 1940-XVIII, n. 1, sulla colonizzazione del latifondo siciliano", e avrebbe dovuto regolamentare il "destino" dei borghi rurali costruiti dall'ECLS.

La legge consta di quattro brevi articoli, di cui il primo regola la cessione gratuita ai comuni di edifici ed impianti nei centri rurali, il secondo sancisce l'obbligo della presenza di un delegato podestarile nei predetti centri, il terzo prevede la possibilità della modificazioni delle circoscrizioni comunali, ed il quarto stabilisce le modalità con le quali l'ECLS avrebbe dovuto anticipare le somme necessarie ai comuni per far fronte alle eventuali maggiori spese conseguenti alla cessione.
Tutti riferimenti normativi, impliciti ed espliciti, presenti nella legge sono costituiti dal RD 383 del 1934 "Approvazione del testo unico della legge comunale e provinciale", con l'ovvia eccezione della legge sulla colonizzazione del latifondo siciliano.

L’esistenza stessa di tale provvedimento legislativo desta inevitabilmente degli interrogativi: quale fu la necessità della promulgazione di detta legge? Riempiva un vuoto legislativo, o c'era qualche altro motivo? E perché l'eredità sarebbe da ritenere discutibile?

All'infuori della cessione ai comuni di edifici ed impianti prevista dalla legge 890, il destino dei centri rurali sarebbe invero già stato tracciato. Ognuno di essi, infatti, sarebbe comunque sorto su terreno incluso in una circoscrizione comunale, ed il relativo comune avrebbe dovuto assumere l'onere della spesa per l'erogazione dei servizi "di competenza comunale". Quali fossero detti servizi è chiaramente enunciato dall'art. 91 del RD 383.

E l'onere economico non sarebbe neanche stato eccessivo,in quanto sempre il medesimo RD 383 prevedeva, all'art. 2, che ai Comuni venisse assicurata la copertura finanziaria per ogni servizio statale di cui fosse stato fatto carico. L’onere effettivo sarebbe pertanto stato limitato ai servizi “non statali”; in pratica, servizi comunali, acquedotto, stazione di monta per bovini (mai realizzata in alcun borgo ECLS) ed, eventualmente, manutenzione di chiesa e canonica.

Di conseguenza, in teoria, i centri rurali non avrebbero necessitato di alcuna "sistemazione amministrativa"; sarebbero stati, semmai, i Comuni a necessitare di una "sistemazione finanziaria", tenuti a sostenere,senza copertura, la spesa per i servizi non statali sopra elencati.
Si potrebbe ipotizzare che i Comuni, non avendo pianificato l'erogazione dei servizi, avessero tentato di sottrarsi ai loro obblighi; questo spiegherebbe la cessione degli edifici e l'obbligo del delegato podestarile, che avrebbe fatto divenire il borgo un distaccamento comunale a tutti gli effetti.

Non vi è però evidenza del fatto che ciò possa essere avvenuto; e d'altra parte, la logica suggerisce come tale ipotesi non sembri consistente con il contenuto degli articoli 3 e 4.
Infatti, se così fosse, non si spiegherebbe la possibilità, data dalla legge, della variazione delle circoscrizioni, norma che sembra chiaramente indicare come il borgo dovesse venire assegnato alla circoscrizione di quel comune che avesse deciso di farsene carico, eliminando il problema dell’onere economico per un comune eventualmente troppo piccolo.

Le incongruenze sembrerebbero sparire, però, identificando con precisione a cosa la legge, esattamente, voglia riferirsi.
Il campo di applicazione della legge è inequivocabile; riguarda “gli edifici e gli impianti destinati a servizi di competenza comunale costruiti a spese dello stato nei centri rurali sorti nelle zone del latifondo siciliano, colonizzate in attuazione della legge 2 gennaio 1940-XVIII”, e solo quelli. Non quelli costruiti in applicazione ad un'altra legge, e neanche quelli costruiti con il semplice contributo dello stato.

Il problema qui in realtà all’epoca non si poneva per il semplice fatto che, escludendo i "villaggi operai", non erano stati realizzati altri centri all'infuori di dei borghi ECLS. La costruzione del'unico centro che, originariamente, venne iniziato da Consorzio in applicazione alla legge del 1933, e cioè quello che poi sarebbe divenuto Borgo Lupo, venne presa in carico dall'ECLS. Ed inoltre, dopo la promulgazione della legge, nessun altro centro venne costruito in applicazione della legge nr 1; vennero (parzialmente, nel caso di Borgo Borzellino) solo ultimati quelli la cui realizzazione era iniziata comunque prima alla promulgazione della legge 890. E' vero che Quattro Finaite Giardo e Borgo Africa vennero progettati dopo il 1942, ed è vero che Borgo Manganaro e Borgo Schisina erano già stati almeno pianificati, ma è anche vero che nessuno di essi venne mai realizzato, dall'ECLS almeno. Così come è vero che l'ECLS avrebbe comunque dovuto chiedere la concessione al Ministero dell'Agricoltura e Foreste prima di poter realizzare ulteriori borghi.

Sebbene la maniera in cui l'articolo 1 è formulato possa lasciare adito a molti dubbi ed incertezze, vi sono almeno due elementi degni di attenzione. Il primo è l'uso del participio passato "sorti".




Ancorché il participio passato "costruiti" sembri, in un certo modo, atemporale, potendo significare "che siano stati costruiti", ma anche "che vengano costruiti" o "che saranno costruiti", "sorti” sembra inequivocabilmente riferibile al passato. L'articolo della legge sembra riferirsi ai borghi già sorti.

Il secondo elemento è costituito dalla destinazione ad uso di pubblica utilità. La dizione è generica, e non viene stabilito affatto che la destinazione d'uso perpetua sia quella originaria. Eppure, nella parte iniziale dello stesso articolo si fa riferimento preciso ai "servizi di competenza comunale". Quindi, la dizione "servizi di competenza comunale" serve ad identificare quali "edifici ed impianti" debbano venire ceduti ai comuni, ma non richiede che detti edifici ed impianti, una volta venuti in proprietà ai comuni, debbano essere utilizzati per i relativi "servizi di competenza comunale"; richiede solo che siano destinati ad uso, generico, di pubblica utilità.

Inoltre, l'ultimo articolo regolamenta le modalità di gestione amministrativa, e fa una netta distinzione tra le modalità relative al biennio immediatamente successivo (1943-44), e gli anni seguenti.




Tutti i borghi la cui costruzione fosse cominciata dopo la promulgazione della legge non avrebbero potuto usufruire della norma che regolamentava il primo biennio; tra progettazione, realizzazione e cessione, i due anni sarebbero, praticamente, trascorsi. La diversa modalità di gestione del biennio 1943-44 è in sostanza, una norma transitoria, cioè tipica delle fasi di transizione; ma transizione verso cosa?

Se la legge fa riferimento ai comuni già sorti, stabilisce per essi una norma di transizione, e destina gli edifici ad uso generico di pubblica utilità, sembrerebbe che nelle intenzioni del governo vi fosse almeno un ripensamento sulle modalità di attuazione della colonizzazione del latifondo siciliano.

Le caratteristiche dei borghi, infatti, sarebbero state individuate dal Decreto Interministeriale del 3 Gennaio 1941, nr 11255, che le definiva suddividendo i borghi in tipo "A", "B" e "C" e ne metteva in relazione le caratteristiche con il relativo raggio di influenza. Tutto ciò sarebbe rientrato in una precisa pianificazione delle "città rurali" che evidentemente veniva meno nel momento in cui la costituzione dei borghi fosse stata variata dai comuni i quali avrebbero potuto destinare gli edifici ad un uso di pubblica utilità, ma diverso dalla destinazione d'uso originaria.

Vi sono una serie di evidenze che implicitamente sottolineano la correttezza di tale interpretazione dei contenuti della legge 890.

Uno di questi è proprio l'uso che i comuni hanno fatto degli edifici a loro ceduti, utilizzandoli a volte per uffici o dati in uso a comunità religiose o assistenziali (basti pensare a Borgo Callea o a Borgo Ventimiglia); destinazioni di pubblica utilità, ma che nulla avevano a che vedere con la destinazione d'uso originaria.

Un altro è costituito da quanto contenuto nella relazione della Corte dei Conti di cui alla deliberazione nr 917 del 4 febbraio 1969. nella quale tra l'altro si legge”...per i centri costituiti con i fondi con i fondi della legge 2 gennaio 1940, n.1, è espressamente stabilito (articolo 1 della citata legge n. 890 del 1942) che gli edifici e gli impianti destinati a servizi di competenza comunale devono essere trasferiti gratuitamente in proprietà ai Comuni con vincolo di destinazione; per i centri costituiti, invece, con i fondi della bonifica, dovrebbero applicarsi i principi generali di cui agli articoli 17 e seguenti del regio decreto 13 febbraio 1933 n.215”.




La Corte dei Conti ovviamente si limita all'interpretazione dei risvolti di tipo economico-finanziario della legge, ma l'ambito di applicazione di qualunque tipo di implicazione rimane il medesimo.

Un’ulteriore evidenza è costituita dalla legge 515 del 15 aprile 1942, con la quale viene ridotta l’entità dei finanziamenti concedibili all’ECLS previsti nell’art. 14 della legge nr 1 del 1940, e viene estesa la possibilità di organizzare la formazione del personale anche ad enti o organizzazioni diverse dall’ECLS; attività che, di fatto, l’art. 2 della legge nr 247 del 1940, fino ad allora, aveva riservato all’Ente.

Con un unico, breve, provvedimento legislativo il governo stava agendo nei confronti dell’ECLS , che fino ad allora aveva beneficiato di eccezionali condizioni di favore, ridimensionandone il ruolo sia dal punto di vista economico, sia da quello organizzativo. Il primo problema sarà così marcato per l’ECLS da richiedere, nel 1950 (nr 93, del 23 febbraio), una legge che ovviasse alle limitazioni introdotte dall’art. 1 della legge 515.

Pertanto, logica vorrebbe che dietro la legge 890, nonché dietro la 515, vi fosse un ripensamento,una revisione della politica di colonizzazione del latifondo non tanto da parte dell'ECLS, quanto da quella del governo, con conseguente riconsiderazione del ruolo dell’Ente. I borghi già costruiti avrebbero svolto una funzione nuova, possibilmente diversa, ma comunque stabilita, in qualche modo, dai comuni.

Gli eventi bellici e la caduta del fascismo interruppero così un'evoluzione la cui spinta non verrà mai chiarita: la legge nasce dalla consapevolezza che i nuovi mezzi di locomozione avrebbero potuto rendere anacronistica l'esistenza dei borghi, oppure da un totale ripensamento sulla "Città Rurale"? Questo non lo sapremo mai, ma non stupisce; ciò che invece stupisce è il seguito che ebbe la cosa.

Sebbene il campo di applicazione della legge sia stato inequivocabilmente stabilito (centri rurali costruiti in applicazione alla legge nr 1), essa venne applicata anche ai centri rurali costruiti dall'ERAS. Il problema non sta tanto nell'Ente di per sé, quanto nel fatto che l'ERAS nasce con la legge nr 104 del 1950. Anche se si volesse vedere il contenuto di essa come una forma di "colonizzazione del latifondo siciliano", tale colonizzazione sarebbe avvenuta in applicazione della suddetta legge nr 104 e non di quella nr 1 del 1940; la legge 890, pertanto, non sarebbe comunque applicabile.

L'ERAS quindi raccolse un'eredità dell'ECLS probabilmente male interpretata.

E sempre se la supposizione è corretta, mentre l'ECLS avrebbe necessariamente dovuto variare, in futuro, le politiche di bonifica, l'ERAS continuò invece imperterrita a costruire borghi prevedendo di cederli ai Comuni, i quali non ne avevano mai fatto richiesta ed erano tutt'altro che felici di riceverli "in dono", come si evince dagli scambi di comunicazioni tra ERAS/ESA e le amministrazioni comunali.




Ma soprattutto non li avrebbero utilizzati per l'erogazione dei servizi per i quali erano stati concepiti.

Che senso può avere il riempire la Sicilia di borghi progettati in base ad un criterio, sapendo già in partenza che mai sarebbero stati usati seguendo quel criterio? Quale il razionale nel progettare uffici postali, caserme ed ambulatori nella consapevolezza che probabilmente non funzioneranno mai come tali?

A voler essere rigorosi, però, la legge nr 104 del 1950 non parla di borghi. Non li prende nemmeno in considerazione. I borghi tornano a fare la loro comparsa con la legge regionale nr 9 del 1954, mentre il decreto assessoriale nr 295 che ridefinisce la suddivisione dei borghi in base alla tipologia ("A", "B" e "C") è del 1 aprile 1953, ma pubblicato nel luglio dell’anno successivo.

Tuttavia, neanche i borghi costruiti prima del 1954 potrebbero essere compresi in quelli individuati dalla legge 890, essendo stati comunque realizzati dopo il 1950, e quindi costruiti in zone non “colonizzate in attuazione della legge 2 gennaio 1940-XVIII”, ma individuate in applicazione della legge di riforma agraria del 1950. Ed inoltre non sarebbero, a rigor di termini, nemmeno costruiti a spese dello Stato, bensì della Regione Sicilia, in parte finanziati dalla Cassa per il Mezzogiorno.

Ma nonostante tutto ciò, sono proprio i borghi progettati o costruiti in questo periodo, tra il 1950 ed il 1954, che risentono notevolmente dell'eredità dell'ECLS. Non dell'eredità "normativa", ma di quella concettuale; i loro progetti, infatti, continuano in qualche modo a essere evidentemente influenzati da ciò che era stato, e che non era più. Ne sono influenzati nell'impostazione e nelle modalità, e per questo formano l'oggetto del presente post.

Sebbene da un certo punto di vista i rapporti tra Ente ed istituzioni fossero radicalmente cambiati, sovvertiti dal passaggio alla dipendenza dell'Ente al governo regionale, gli assetti interni e le modalità di intervento dovevano necessariamente risentire ancora dei lasciti dell'ECLS. Il personale più anziano infatti, sebbene alle soglie del pensionamento, rimaneva ancora, in gran parte, quello dell'Istituto VEIII, mentre solo un decennio separava l'ECLS dall'ERAS. E' quindi inevitabile che l'impostazione costruita in ambito ECLS si riflettesse, almeno nella fase iniziale, sull'ERAS.

Se infatti la maggior parte della produzione progettuale ERAS farà riferimento ad alcuni edifici “tipo”, una parte dei borghi della prima metà degli anni Cinquanta si basò su progetti dedicati, redatti su commissione, seguendo la strada che l’ECLS aveva tracciato. Ed è probabilmente anche questa caratteristica che ha contribuito a generare l’Errore, facendo attribuire detti borghi alla fase precedente.

Più tardi, l'ERAS si distaccherà dai criteri usati in ambito ECLS, redigendo progetti i cui elementi costitutivi consisteranno in edifici standard disposti secondo differenti planimetrie; un’impostazione analoga a quella che aveva adottato l'Istituto VEIII, che però aveva codificato i progetti, descritti nella pubblicazione "Centri Rurali".

Ma nel primo quinquennio della sua esistenza, l'ERAS realizzò alcuni borghi che molto in comune avevano con quelli del suo predecessore.

In particolare ve ne furono tre che, a parte il radicale cambiamento nel linguaggio stilistico, condividevano almeno tre caratteristiche fondamentali con quelli progettati in ambito ECLS:

1) erano borghi esclusivamente di servizio
2) furono progettati da professionisti esterni all'Ente, su incarico dello stesso
3) i servizi vennero, almeno parzialmente, attivati.

Vennero inoltre costruiti in luoghi isolati, notevolmente più distanti da centri abitati di quanto non richiedesse il loro raggio di influenza, soprattutto considerato che erano borghi di tipo "B". Ed anche attualmente conservano questa caratteristica di isolamento.



Borgo Baccarato

Borgo Baccarato è incluso nell’elenco di Wikipedia tra le città di fondazione del 1941-1943; esiste addirittura come voce autonoma, sempre su Wikipedia, dove si asserisce che esso venne costruito durante il periodo del Fascismo per i minatori della miniera Baccarato. Sebbene, probabilmente, nessuno si sia mai riferito al borgo usando questo nome, esso venne dedicato alla memoria di don Luigi Sturzo




evento estremamente improbabile durante il periodo fascista, e non soltanto perché allora don Sturzo fosse ancora in vita.

In realtà esso venne costruito a servizio di un piano di ripartizione comprendente 84 lotti e le relative abitazioni, in contrada Baccarato. Le aree di riforma agraria interessate dal piano di ripartizione erano essenzialmente comprese nel quadrante Ovest-NordOvest del cerchio di influenza del borgo.
I limiti delle aree sono approssimativamente ricavabili dalla mappa dei borghi aggiornata al 1 gennaio 1956; purtroppo, ho avuto un accesso limitato ai documenti di archivio di Baccarato, dal quale inoltre sembrerebbero mancare i disegni di progetto degli edifici. Pertanto, la descrizione che ne farò risentirà inevitabilmente della carenza di documentazione; con la speranza che la lacuna possa essere colmata in futuro ed il presente post, conseguentemente, aggiornato.

Dalla mappa sono però già ricavabili diverse informazioni. Il borgo era di tipo “B”, inserito in una zona del comprensorio di bonifica in cui le aree interessate dalla riforma, di estensione relativamente piccola, risultavano sparse su un territorio di grandi dimensioni. Borgo Baccarato era pertanto solo uno dei borghi da realizzare nella zona di Aidone, dove avrebbero dovuto vedere la luce un altro borgo di tipo “B” e tre borghi “C” realizzati dall’ERAS, più un ulteriore borgo “C” costruito dal Consorzio.




Nessuno di essi venne realizzato, con l’eccezione del borgo “C” all’interno del raggio di influenza di Borgo Baccarato.

Un’altra informazione desumibile dalla mappa è quella relativa ai tempi di realizzazione. Alla data del 1 gennaio del 1956 il borgo risultava ancora “programmato o in progettazione” (nemmeno “in costruzione”), mentre l’incarico per la progettazione, doveva risalire a non meno due anni prima. Il progetto di borgo Baccarato, a firma dell’ingegner Francesco Saverio Siragusa, è infatti datato 31 marzo 1954; la costruzione deve essere avvenuta tra il 1956 ed il 1958.




Il borgo si trova nel territorio del comune di Aidone, in provincia di Enna, alla confluenza della SP 72 con la SP 37.

Il progetto originale prevedeva la presenza di chiesa, scuola, ambulatorio medico, caserma carabinieri, ufficio postale, delegazione municipale, botteghe artigiane, trattoria e locanda, rivendita, più due edifici destinati ad alloggi, uno per gli insegnanti, l’altro per gli addetti ai servizi.

La planimetria del borgo era originariamente basata su una piazza quadrata con una strada tangente al bordo opposto alla chiesa, ed un accesso ortogonale ad essa.

Quattro dei nove edifici che costituivano il complesso sarebbero stati distribuiti sui lati della piazza, ed i cinque rimanenti avrebbero trovato posto lungo le strade di accesso




La planimetria evidentemente, così come avvenne per gli altri borghi oggetto del presente post, deve però essere stata oggetto di una variante in fase di realizzazione. La piazza del borgo è stata “traslata” di una cinquantina di metri verso Sud, cosicché il fabbricato alloggi è stato spostato a fianco alla chiesa. La strada ortogonale alla tangente alla piazza, lungo cui originariamente si sarebbe trovato l’edificio è stata fatta “ruotare” di 90° realizzando così un doppio accesso “a baionetta”. Di conseguenza, anche l’orientamento delle botteghe artigiane è stato variato, ed attualmente botteghe ed alloggi si trovano lungo la nuova strada di accesso. Il secondo accesso alla piazza si trova adesso più vicino alla SP 37 cosicché l’asse viario che originariamente descriveva una curva è stato rettificato; mentre l'edificio  degli alloggi per gli insegnanti, la cui pianta era stata progettata per adattarsi alla curva, è stato eliminato




Sebbene l’impostazione generale richiami ancora i progetti della fase precedente, lo stile degli edifici è lontanissimo dal razionalismo esibito nei borghi fascisti; è comunque stata ricercata una certa disuniformità nello stile ed una dissimmetria tra i vari edifici volta a conferire al borgo quel senso di “insediamento spontaneo” che era stato tanto ricercato nelle creazioni ECLS.

Le botteghe artigiane, il primo edificio posto a destra all’ingresso dalla SP 72, si sviluppano su due elevazioni. La seconda elevazione poggia in parte su colonne a sezione rettangolare, esternamente rivestite di mattoni rossi, così da contribuire a creare due portici.




I mattoni rossi costituiscono, in pratica, l’unico motivo ornamentale, ripreso nella costruzione che lo fronteggia sul bordo opposto della strada d’accesso, destinata ad ospitare gli alloggi per gli addetti ai servizi.




Anch’essa su due elevazioni, presenta sul prospetto principale, al primo piano, dei balconi, elemento stilistico ricorrente nelle costruzioni del borgo.




Il margine NordOvest della piazza è delimitato dalla delegazione municipale, anch’essa su due elevazioni




In linea con essa, lungo quella che sarebbe stata l’originaria strada di accesso si trova la costruzione destinata a trattoria e locanda




Lungo il lato SudOvest si trovano caserma dei carabinieri ed ufficio postale, compresi in un unico edificio, con pianta e sviluppo verticale articolati




Il fabbricato contribuisce a delimitare lo sbocco della seconda strada d’accesso




insieme alla scuola, la quale si trova sul margine SudEst della piazza. La costruzione, su due elevazioni, presenta due piccole ali laterali




La chiesa




che insieme alla canonica




si trova a NordEst, è forse l’edificio la cui originalità caratterizza maggiormente il borgo.

E’ a navata singola




e non ha campanile; è unita alla canonica che si trova a destra del prospetto




Sebbene un campanile non fosse previsto nel progetto originale, la costruzione di una torre campanaria venne prevista successivamente




Come risulta evidente dalle immagini, la torre non venne costruita, ma è possibile che ne siano state realizzate le fondazioni




La seconda strada di accesso vede affrontarsi l’ambulatorio medico, lungo il margine Sud




e l'asilo, a Nord




L’ambulatorio è composto da due ali separate, una su singola elevazione, con un piccolo portico, ed un’altra su doppia elevazione




L'asilo, non previsto nel progetto originario, fu realizzato nell'ambito di un ampliamento successivo, prendendo il posto dell'edificio che avrebbe dovuto ospitare gli alloggi per gli insegnanti, i quali originariamente constavano di due ali simmetriche, angolate per seguire la curva descritta dall’asse viario.  La pianta dell'asilo non presenta invece alcuna angolatura, considerato che la strada di accesso venne rettificata; anche questo ha contribuito a variare l'aspetto generale del borgo, rispetto a quello mostrato nella raffigurazione "a volo d'uccello" eseguita dal progettista




Ma non sono soltanto le variazioni di pianta a rendere differente Borgo Baccarato dal progetto originario espresso nel disegno. Sebbene, come specificato prima, i disegni di progetto risultino mancanti, tutti gli edifici appaiono diversi rispetto a quanto mostrato nel disegno realizzato dal progettista. Non è chiaro se ciò dipenda da una notevole imprecisione nelle proporzioni, o da reali variazioni progettuali. Il corpo centrale della scuola ad un solo piano farebbe propendere per la seconda ipotesi




Il progetto dell'ampliamento nell'ambito del quale venne costruito l'asilo è del 1957; oltre all'asilo, vennero realizzate, a Sud della caserma, nell’area compresa tra questa e la confluenza di provinciale e consorziale, delle altre costruzioni. Gli edifici ivi presenti sono due, il primo dei quali consiste nel magazzino




il secondo è invece la sede cooperativa. Quest'ultima presenta un piccolo portico all’ingresso, le cui colonne riprendono il motivo dei mattoni rossi




Le variazioni progettuali e gli ampliamenti hanno così contribuito a variare la planimetria di Borgo Baccarato rispetto all'originaria, conferengogli l'impianto attuale




La struttura degli edifici è sempre la muratura portante, con solai in laterocemento agganciati a cordoli di calcestruzzo armato; architravi in calcestruzzo armato sono utilizzati per porte e finestre. La chiesa, come in molti altri casi, ha una struttura costituita da portali in cemento armato




I servizi funzionarono soltanto per cinque anni, dal 1959 al 1964, organizzati dal comune di Aidone e finanziati dall’ERAS. Anche da questo è deducibile che i lavori devono essere stati ultimati non prima del 1958.

Ma già nel 1960 il borgo fu oggetto di un intervento di manutenzione straordinaria, mirato anche al consolidamento delle fondazioni.

Cinque anni dopo, un censimento “non ufficiale” della popolazione residente nel raggio di influenza contava 30 famiglie di assegnatari per un totale di circa 200 persone (più di sei persone, in media, a famiglia); l’erogazione dei servizi era però già cessata l’anno precedente.

Gli assegnatari erano distribuiti nelle case coloniche della zona, in parte sparse sul territorio. Queste sono essenzialmente di due tipologie, una più piccola




l’altra maggiore




Alcune di esse sono però raggruppate ad un chilometro circa, in linea d’aria, da Borgo Baccarato. All’interno dell’agglomerato era compresa un’altra scuola, un piccolo edificio comprensivo di alloggio per insegnante; è quest’ultima che è segnata come “Borgo C” nella carta di pianificazione dei borghi al 1 gennaio 1956




Non saprei se essa sia mai entrata in funzione; nel 1976, uno degli assegnatari ne chiedeva l’uso “in affitto e a qualsiasi titolo” per impiantarvi un allevamento di polli. Nella richiesta la definisce “chiusa da molti anni e […] in completo abbandono

In realtà la storia di Borgo Baccarato negli anni successivi al 1965 è contrassegnata prevalentemente da occupazioni abusive e contenziosi tra il comune di Aidone e l’ERAS/ESA. Questi ultimi sono sempre legati alle distorte interpretazioni della legge 890, che ambedue gli enti hanno ritenuto di interpretare a modo proprio. In particolare, il comune di Aidone rifiutò l’attribuzione del borgo, deliberata dall’ESA nel 1967, a causa del cattivo stato di conservazione; ma quattro anni più tardi, senza che tale attribuzione fosse mai stata formalizzata, chiese all’ESA un finanziamento per la manutenzione straordinaria.

Lo stato attuale dei fabbricati è variabile. Gli edifici che sono stati occupati, o che lo sono ancora, si trovano in uno stato di conservazione migliore. Soprattutto botteghe ed abitazioni per artigiani, che appaiono occupate anche attualmente, ed il cui intonaco esterno è in buone condizioni. Così come sono in condizioni relativamente buone l’ex delegazione municipale,o la trattoria, che è stata funzionante fino a qualche tempo addietro e che conserva ancora le relative insegne.




i fabbricati restanti sono in condizioni di gran lunga peggiori, interessati da dissesti di notevole entità, con crolli che interessano soprattutto la scuola. La chiesa, sebbene dichiarata inagibile, parrebbe meno risentire degli insulti del tempo




In condizioni migliori, occupata, è l’ex scuola del sottoborgo, dal fianco della quale, come nei ranch americani di un tempo, occhieggia il cranio di un bovino




L’unico uso proprio degli edifici, per un lasso di tempo abbastanza lungo, sembra essere stato quello relativo alla chiesa, ed alla trattoria.

Per un periodo, scuola e delegazione municipale vennero occupate ad uso abitativo, ma già nel 1978, la scuola veniva chiesta in affitto per essere adibita a rosticceria. L’Ente aveva diffidato l’amministrazione parrocchiale dall’uso degli edifici.

L’ESA dichiarò inagibili i locali destinati al culto (chiesa, canonica, ed anche asilo infantile), nel 1980. Ancora nel 1986, il parroco della Parrocchia Maria SS. di Lourdes-Sant’Anna (la chiesa di Borgo Baccarato) chiedeva l’assegnazione degli edifici, richiesta reiterata dall’Amministratore Parrocchiale e formalizzata il 19 settembre del 1992. In seguito a ciò, la chiesa pare abbia officiato fino al 2000. Ciò è, almeno, quanto mi è stato riferito dall’ultimo gestore della trattoria. Quest’ultima sarebbe stata in esercizio fino al 2010, ma il gestore ancora frequentava il luogo, dove lo incontrai, due anni più tardi.

Da allora, persino i cassonetti per i rifiuti sono scomparsi dalla piazza, e anche Borgo Baccarato è divenuto teatro delle battaglie degli appassionati di soft air. Condizione comune a molti borghi, questa; così come comune a molti i borghi è il destino. Borgo Baccarato, costretto al disfacimento tra il proclama di un progetto e quello di un finanziamento, assiste, paziente, al proprio declino, in attesa dell’inevitabile oblìo.





Borgo Bruca


Anche Borgo Bruca figura nell’elenco di Wikipedia come fondato nel 1941-1943. Si trova nella circoscrizione comunale di Buseto Palizzolo, in provincia di Trapani.

Analogamente a quanto accade per Borgo Guttadauro, ciò che colpisce percorrendo le strade che conducono al borgo è l’assenza di case coloniche stilisticamente riconducibili in qualche modo alle riforme agrarie; solo ad un paio di chilometri a NordOvest del borgo ve ne è qualcuna. Si rileva invece la presenza di numerose abitazioni contadine, tipiche della campagna siciliana, sparse per il territorio.

L’osservazione trova riscontro nella carta della pianificazione dei borghi e sulla corografia; con l’eccezione di una piccola zona nei pressi del bosco Scorace, costituente il Piano di Ripartizione nr 41, non vi sono aree di R.A nei dintorni di Bruca.




La spiegazione di ciò si trova all’interno della relazione tecnica, nella quale si legge che “[…] Attualmente funziona da chiesa parrocchiale un vecchio magazzino e le scuole sono allogate in varie stanze sparse sul territorio. Questi i motivi essenziali che hanno imposto la creazione del Borgo di servizio a Bruca: già qualcosa esiste ma in modo molto larvato e in condizioni precarie di igiene”.

Quanto trovasi scritto nella relazione sembrerebbe non conforme a quanto si osserva. In realtà vi si trova una chiesa, sebbene diroccata




ed un edificio scolastico, anche se questo potrebbe essere più recente




La zona quindi che a nostro avviso graviterà sul Borgo […] è cosparsa da diverse abitazioni e gruppi di case […]”

Borgo Bruca quindi non fu costruito a servizio di zona di R.A. E’ uno dei casi in cui venne progettato un borgo ERAS/ESA che non fosse a servizio di assegnatari di terreni (gli altri esempi sono Tudia, Cutò, Fondaco e in parte Chiusa, oltreché le costruzioni nella valle del Tumarrano) e l’unico in cui il borgo verrà realizzato (Tudia non è stato costruito dall’ERAS).

Il borgo sorge su terreni espropriati alla ditta Andrea Sciuto; il relativo decreto di esproprio fu emesso dal prefetto di Trapani nel febbraio del 1960.

La strada d’accesso, realizzata contestualmente al borgo, si stacca dalla SP 57 in direzione NordOvest. Borgo Bruca si trova su un’altura più elevata di una trentina di metri rispetto alla provinciale; la chiesa, posta esattamente in corrispondenza dell’asse stradale e già visibile dal basso, fornisce un impatto visivo per certi versi simile a quello di Borgo Schirò o di Borgo Giuliano. Parte dell’effetto è adesso venuto meno a causa di nuove costruzioni realizzate a ridosso della piazza




ma in questa foto, tratta dalle StreetViews di GoogleEarth e ripresa in periodo antecedente alla costruzione dei nuovi edifici, l’effetto è più evidente




Il borgo, di tipo “B”, venne progettato dagli ingg. Tesoriere e Cocuzza nel 1952; la relazione tecnica è del marzo 1953. Il progetto venne approvato dal CTA nel giugno del 1953.

La consegna dei lavori avvenne il 14 settembre del 1954, all'Impresa Misuraca; il borgo venne ultimato più di cinque anni più tardi, il 16 gennaio del 1959.

Nel 1956, mentre il borgo era ancora in costruzione, venne progettata una variante nella pianta dei fabbricati di scuola e caserma; essa non fu commissionata ai progettisti originali, ma fu redatta dai servizi d’ingegneria dell’ERAS. La variante non comportò comunque alcuna variazione nella planimetria generale, cosicchè l’aspetto degli edifici rimase aderente a quello del progetto originale. L’unica variazione ad avere un seppur minimo impatto sull’aspetto esteriore è stata la trasformazione di una terrazza della caserma in un vano chiuso




il borgo consta di cinque edifici che circoscrivono una piccola (circa 800 mq) piazza trapezoidale. L’inusuale forma della piazza è funzione di quella del piazzale sul quale il borgo insiste; essa è probabilmente in relazione ai confini dei terreni espropriati




considerato che non sembra trovare giustificazione nelle curve di livello della collinetta




L’accesso alla piazza è unico, ed avviene da SudEst; il progetto originario prevedeva un secondo accesso alla piazza che non venne mai realizzato, visibile nel disegno, sulla sinistra




Il margine NordEst della piazza è delimitato da un fabbricato che si sviluppa su due elevazioni




destinato ad ospitare delegazione municipale ed ambulatorio medico




E’ circoscritto da due lati da un portico che lo unisce alla costruzione posta al vertice Nord




che costituisce l’ufficio postale e la caserma dei carabinieri




Essa, insieme alla chiesa, costituisce la quinta NordOvest della piazza; ambedue contribuiscono a delimitare l’accesso alla stradella che si sviluppa lungo il perimetro Nord del borgo, delimitata da un muro di sostegno con parapetti in ferro




La chiesa è a navata unica




con tetto a capanna, e torre campanaria adiacente




vi sono annessi sacrestia, uffici ed aula per catechismo




In corrispondenza del vertice Ovest un portico ad angolo ne garantisce la continuità con la canonica, piccola costruzione su singola elevazione




Questa è separata dal fabbricato destinato alle scuole da una breve stradella




che lo circoscrive terminando a fondo cieco contro il muro di sostegno; in corrispondenza di questo, nelle intenzioni dei progettisti, vi sarebbe stato il secondo accesso al borgo




Anche l’edificio scolastico si sviluppa su due elevazioni, con le aule al piano terreno




e gli alloggi per gli insegnanti a quello superiore; l’accesso è posto in corrispondenza del vertice Sud della piazza




La struttura degli edifici è in muratura portante, realizzata in parte in pietrame calcareo, ed in parte in conci di tufo, con coperture a terrazza. Il cordolo di attacco dei solai è in cemento armato; nessun altra struttura in c.a. è menzionata nella relazione tecnica. Tutti i fabbricati, chiesa compresa, presentano una zoccolatura in pietra a faccia vista, che riprende il motivo del muro perimetrale di sostegno




E’ probabile che, inizialmente, ubicazione ed orientamento del borgo dovessero essere diversi; sebbene non vi è traccia di tale spostamento nella documentazione, ciò è desumibile dalla relazione di progetto nella quale, tra l’altro vengono menzionati degli spazi previsti per ulteriori costruzioni, quali asilo e “case per i lavoratori”. E’ verosimile che i progettisti si riferissero all’area adiacente alla canonica, racchiusa dal muro perimetrale, ed attualmente adibita a campo sportivo.

Borgo Bruca fu sottoposto, già nel 1963 ad estensivi interventi di manutenzione ordinaria. In archivio non è presente alcuna documentazione relativa ad ampliamenti successivi; vengono però menzionati arredi relativi ad un “asilo”. L’unico fabbricato compatibile con un eventuale ampliamento non documentato, è quello che si trova ad Est del campo sportivo; la sua presenza è infatti rilevabile nelle carte IGM (presumibilmente aggiornate agli anni Settanta del secolo scorso), mentre l’accesso avviene dalla strada che circoscrive la scuola. Appare quindi in qualche modo in relazione con il borgo, sebbene non è chiaro il motivo per il quale la sua costruzione non avrebbe dovuto lasciar tracce in archivio.




Borgo Bruca fu congenitamente affetto da una cronica penuria d’acqua per la mancanza, nelle vicinanze, di acquedotti da cui derivare le condotte per le necessità del centro, o di sorgenti che garantissero una portata soddisfacente. Il problema era già stato rilevato nel 1952 dai progettisti, che avevano anche provveduto a delle valutazioni di massima sulle sorgenti vicine. Dieci anni dopo, si progettarono opere di presa ed impianto per la conduzione dell’acqua della sorgente “Pilette”, a meno di due chilometri dal borgo, alle falde del monte Scorace




Tra i documenti d’archivio vi sono relazione e disegni di progetto, analisi chimico-fisica delle acque e capitolato d’appalto; ma nulla vi è riguardo alla costruzione. Pertanto, non so se le strutture siano mai state realizzate; sulle carte IGM non vi è traccia di un simile impianto.

I servizi del borgo sono stati funzionanti per un periodo; attualmente rimangono attivi l’apertura saltuaria dell’ufficio postale ed il servizio religioso




Gli altri edifici sono stati dati in uso, come abitazioni, dal comune di Buseto Palizzolo, cui Borgo Bruca, con l’esclusione della chiesa, è stato ceduto il 23 aprile del 1975. E per i quali viene corrisposto un affitto, nonostante la legge 890.

Nell’ambito del progetto “La Via dei Borghi”, il comune di Buseto Palizzolo sottoscrisse un accordo con l’ESA per l’utilizzo del borgo nell’ambito del progetto. A ciò ha conseguito, se non altro, la determina per una gara d’appalto per la manutenzione della chiesa e dell’ex caserma; ma il progetto “La Via dei Borghi” credo sia stato accantonato.

Tuttavia, in un modo o nell’altro, Borgo Bruca è, finora, sopravissuto. Prescindendo dalle considerazioni attinenti agli ipotizzati ripensamenti del governo fascista sulla città rurale, o dall’aderenza dell’ERAS ad un concetto ormai superato, l’”esistenza in vita” di Borgo Bruca è una delle dimostrazioni della superiorità del modello basato sulle aggregazioni dei contadini, almeno per ciò che riguarda l’aspetto strettamente urbanistico. Nei dintorni di Bruca esiste ancora un’attività agricola; se i servizi un tempo presenti ne borgo adesso non lo sono più, è solo a causa di un cambiamento nelle politiche di spesa che vorrebbero spacciare per evoluzione ciò che in realtà ne è l’esatto contrario.





Borgo Portella della Croce


Se Borgo Bruca, dichiaratamente, non fu costruito per servire un’area di riforma agraria, di Borgo Portella della Croce la scheda ESA dice testualmente: “Il borgo di tipo B è stato costruito […] a completamento di un piano di ripartizione che ha visto la costruzione e l’assegnazione di moltissime case coloniche nelle campagne circostanti.”

La zona di riforma agraria oggetto del piano di ripartizione è segnata sulla mappa di pianificazione dei borghi aggiornata al 1 gennaio 1956; è quella in rosso al limite Nord del raggio di influenza




Vista la scala della mappa, la delimitazione dell’area soffre necessariamente di qualche imprecisione; questa




è la mappa dettagliata del piano di ripartizione; in tutto, 22 lotti con quattro assegnazioni sospese e diciotto case realizzate; il proprietario espropriato fu Ferrara Giacomo Vincenzo.

Borgo Portella della Croce compare per ben due volte nell’elenco di Wikipedia, tra le città di fondazione del periodo fascista, una volta come “Borgo Portella della Croce” ed un’altra come “Borgo Margana”; ambedue, secondo Wikipedia, sarebbero stati fondati tra il 1941 ed il 1943.

In realtà, la progettazione del borgo fu affidata nel 1954 dall’ERAS al Consorzio “Quattro Finaite Giardo”, che ne incaricò l’ing. Argento




All’epoca dell’incarico si descriveva ancora un borgo in località Margana nel Comune di Vicari, mentre nel contratto di appalto si menziona un borgo in località Portella della Croce nel comune di Prizzi.

Portella della Croce si trova lungo la SP 37, tra i comuni di Vicari e di Prizzi, nel territorio dei quali vi sono diversi toponimi che includono il nome “Margana” ; le “Liste della Margana” sono nel comune di Vicari, il castello della Margana è in quello di Prizzi. E’ possibile che la doppia menzione derivi anche da questo




Il contratto di appalto fu sottoscritto, per circa centododici milioni di lire, nel giugno del 1956 con l’impresa CESI di Palermo, poi fallita prima dell’emissione del certificato di collaudo. Ancora nel 1964 il certificato non era stato emesso ed era attivo il contenzioso tra Ente e Impresa.

Il progetto originale prevedeva la presenza di otto edifici disposti ai margini di due strade convergenti verso Ovest, tra le quali sarebbe stata compresa una piazzetta quadrata, chiusa da tre lati, ed aperta a Nord verso la provinciale. L’ingresso al borgo ed alla piazza sarebbe stato consentito dalla strada più a Nord, tangente a quest’ultima. La disposizione degli edifici ha invece poi seguito uno schema leggermente diverso sebbene l’impianto originale sia stato conservato




Sette delle otto costruzioni insistono su un’area rettangolare, con una strada di accesso tangente al margine Nord dell’area, e che quindi decorre all’incirca lungo la direttrice Est-Ovest. La strada più a Sud, che avrebbe fatto parte della viabilità interna, è stata abolita. Come è possibile dedurre dalla posizione della confluenza stradale riportata in planimetria rispetto alla posizione effettiva, la variazione è stata consequenziale ad uno spostamento dell’intero impianto del borgo di un centinaio di metri verso NordOvest




Attualmente l’accesso al borgo è possibile solo da Est; l’accesso Ovest è impedito da una recinzione e dalla crescita di vegetazione




Lungo il margine Sud della strada di accesso




si trovano, all’ingresso, ambulatorio medico




e caserma dei Carabinieri




e successivamente delegazione municipale con ufficio postale




e trattoria e rivendita, separati dalla piazza del borgo




Questa è aperta verso Nord




e chiusa a Sud dalla chiesa con annessa canonica




a fianco della quale sorgono ad Ovest la scuola con gli alloggi per gli insegnanti




e ad Est il fabbricato alloggi




che invece, secondo la planimetria originale, avrebbe dovuto trovarsi nei pressi del confine Ovest dell’area.

Tutti gli edifici all’interno dell’area, escludendo chiesa e canonica, si sviluppano su due elevazioni; la costruzione delle botteghe artigiane, posta lungo il tronco Ovest della strada di accesso, è invece su elevazione singola




Il serbatoio




è sul fianco della collina a Sud del borgo. Non so se sia funzionante; di sicuro, il sentiero per raggiungerlo è stato cancellato, e l’accesso è reso difficoltoso dalla vegetazione




La pianta, così come il prospetto delle botteghe artigiane, appare dissimile da quella riportata in planimetria




In pratica, la pianta di una delle due botteghe è stata ruotata di 180°




così come è stato ruotato di 180° il fabbricato della trattoria relativamente agli altri edifici.

Anche l’abbeveratoio




risulta diverso da quello raffigurato nei disegni di progetto




quest'ultimo non è altro che uno "abbeveratoio tipo" ECLS, come quello realizzato a Borgo Bonsignore




Erano stati previsti la costruzione di un forno e di una stalla,ambedue alloggiati in un piccolo edificio di circa venti metri quadrati




ma la costruzione non venne mai realizzata.

I fabbricati appaiono in discrete condizioni, con l’eccezione dell’edificio per botteghe artigiane, che sarebbe dissestato in conseguenza di un incendio.

La struttura è sempre la solita muratura portante, con tetti a terrazzo, con l’esclusione della chiesa con tetto a capanna; anche quest’ultima segue comunque l’impronta minimalista che caratterizza gli altri edifici. E’ dotata di una piccola torre campanaria, anch’essa con tetto a capanna




Chiesa, scuola, delegazione comunale e trattoria e rivendita hanno subito degli interventi di manutenzione essendo stati concessi ad una comunità religiosa di Monreale. La tinteggiatura, relativamente recente, con colori vivi dei muri esterni di tali edifici, unitamente alla bianchissima statua di Gesù che si eleva nella piazzetta, contribuiscono ad un impatto visivo che , provenendo da Nord, è di notevole effetto




L’aspetto quasi surreale è dovuto alla scultura che campeggia sullo sfondo costituito dalla chiesetta




Essa è però di posa relativamente recente, e non faceva parte dell’arredo urbano previsto in fase progettuale; l’aspetto originale del borgo risultava molto più anonimo e dimesso, sicuramente molto di più di quello di Bruca o Baccarato




Gli edifici del borgo, improntati alla massima utilità ma con scarso riguardo all’estetica, sembrano essere la massima espressione della frase di Francesco Algarotti “Niuna cosa si dee metter in rappresentazione, che non sia anche veramente in funzione”.

Sembrano tuttavia potersi rilevare alcune differenze nella progettazione degli edifici, rispetto ai borghi considerati finora, che trascendono l'aspetto meramente estetico.

Analogamente a quanto avviene per borgo Baccarato, ma diversamente da Bruca, borgo Portella della Croce si attiene strettamente al disposto del D.A. nr 295 del 1953, per quanto riguarda la dotazione di servizi. Tuttavia, gli edifici appaiono eccezionalmente grandi per un borgo “B”; sembrerebbe gigantesca soprattutto la caserma la quale, in contrasto con gli schemi che erano stati adottati fino ad allora, non condivide nemmeno gli spazi con l’ufficio postale, il quale si trova nell’edificio che ospita anche la delegazione municipale.

Tale caratteristica si riflette in appartamenti particolarmente ampi, su superfici estese, che qui appaiono differenti rispetto ai più modesti alloggi tipici degli altri borghi rurali. Ciò risulta evidente negli alloggi per gli insegnanti




e particolarmente in quelli al primo piano della caserma dei carabinieri




Forse è proprio tale caratteristica che ha reso il borgo, in qualche modo, “desiderabile” rispetto ad altri.

In passato, i servizi connessi a rivendita, chiesa, scuola e caserma sono stati attivati; la caserma è stata soppressa nel 1975, mentre nel 1970 c’era ancora chi presentava istanze per la concessione in affitto di locali da adibire a rivendita. Borgo Portella della Croce ha seguito, almeno inizialmente, un destino opposto a quello di Borgo Baccarato, e per certi versi simile a quello di Borgo Rizza o di Borgo Manganaro: è stato desiderato da tutti, comune di Prizzi compreso. Il vecchio custode del borgo (tra l’altro, originario di una località marittima) chiese, dopo il pensionamento, di poter rimanere in quella che era stata la sua abitazione, continuando ad esercitare, gratuitamente, il servizio di custodia. Diverse richieste furono inoltre avanzate all’Ente, per concessione di locali a vario titolo; in alcuni casi, come avvenne per Borgo Manganaro, chiedendo esplicitamente di poter aggirare il vincolo alla destinazioni di pubblica utilità.

E contrariamente a quanto accaduto per Baccarato, fu proprio il comune di Prizzi a sollecitarne l’acquisizione invocando la famigerata legge nr 890.

La cessione al comune di Prizzi è avvenuta in data 28.11.1989. Attualmente, fabbricato alloggi e caserma sono utilizzati dall’Ente e le botteghe artigiane sono inutilizzate.

Nel 2003 comune di Prizzi si dichiarò disponibile a mettere a disposizione un locale dell’ex scuola media di Prizzi per custodirvi i documenti di archivio ivi abbandonati da decenni, e poi recuperati dalla soprintendenza; una gran mole di documentazione è comunque rimasta presso il borgo, distribuita in diverse stanze dei due edifici di cui l’Ente ha ancora la disponibilità.

Ma gran parte dei documenti di progetto, recuperati, sono stati trasportati a Prizzi; e proprio i locali dell’ex scuola costituiscono in gran parte la fonte “fisica” cui questa serie sui borghi ha fatto riferimento.